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venerdì, 05 gennaio 2007



Midnightstorm - Midnightstorm

La professionalità e la dedizione che da tempo stanno dimostrando le band emergenti di casa nostra nel confezionare anche un semplice demo, è davvero ammirevole e senza precedenti. Infatti se fino ad alcuni anni fa le uscite underground erano sporadiche e povere di contenuti, non solo musicali, oggigiorno dobbiamo ammettere che i demo non solo si sono moltiplicati come numero, ma si sono arricchiti in tutti i sensi, dal livello grafico sempre più professionale, alla produzione paragonabile oramai a quella degli album ufficiali, al numero delle songs sempre più consistente, fattori ai quali non si sottrae di certo questo "Midnightstorm" dell'omonima band nostrana.
Un plauso dunque a questi sei ragazzi di Gorizia che, nel confezionare questo splendido dischetto di metallo ridondante, non hanno minimamente lesinato sulle proprie energie, finanziarie ma non solo, e sono riusciti a dare vita ad uno esempio di heavy metal classico nella forma quanto nei contenuti , abbastanza compatto e lineare, eseguito in maniera più che egregia, edificando nell'insieme un suono che cerca di mediare una certa componente NWOBHM, pur sempre presente nell'apparato compositivo di queste sette track, con una parte integrante notevolmente più epico/sinfonica che, naturalmente, caratterizza le aperture più melodiche e d'un certo fascino suggestivo come in un ipotetico coacervo sonoro che lega in modo univoco il sound di Maiden, Virgin Steele e Stormwitch, sicuramente la band a cui i nostri si avvicinano maggiormente, forse anche per quel loro fascino romantico/rinascimentale messo in evidenza anche dalle foto con abiti d'epoca inserite all'interno del booklet.
Ma badate bene, i Midnightstorm non cercano minimamente di scimmiottare o di scopiazzare i propri modelli ed idoli adolescenziali, anzi, in più occasioni emerge proprio la voglia intrinseca della band di andare oltre, di prendere le distanze da certi schemi e partiture musicali preconfezionate, dando maggiore sfogo ad un estro artistico che li porta in più occasioni ad adottare soluzioni sonore alquanto indovinate, come succede nel caso delle variazioni ritmiche che danno luogo alla trascinante "The church", un brano così lienare, semplice e malleabile, quanto assolutamente irresistibile e carico di energia.
Un sound quindi snello ed al contempo elegante, scevro di solismi nevrotici ed esasperati, ed orpelli ridondanti, che sicuramente ne avrebbero minato parte dell'immediatezza che, invece, risulta essere proprio una delle peculiarità primarie di questo platter.
Pulizia sonora e d'esecuzione dunque, unita ad una verve strumentale molto ma molto buona, caratterizzano song dall'impatto assicurato come la saettante "Warcry", up tempo contornata da un fantastico refrain, il metal sinfonico ed ardito della cadenzata "Sirena", o della drammaticità intensa che caratterizzano l'epos di "The serpent and the rose", in mezzo a sciabolate metalliche del calibro di "Odissey" e "Phantome Dome" che porta ben impresso nel proprio DNA il marchio a fuoco della vergine di ferro per antonomasia.
 Si, sono sempre più sicuro delle mie idee iniziali, i Midnightstorm sono una delle migliori rivelazioni dell'anno appena trascorso, vanno sicuramente seguiti e svezzati a dovere, questo si, ma l'embrione metallico che caratterizza il wall of sound dei nostri, è già di quelli che, difficilmente, si lasciano dimenticare, ed anche per questo vanno premiati a pieni voti, bravi.
Midnightstorm: il nuovo che avanza...




Eviliver - Eviliver

 Ssssiiii diamine!!! E' proprio così che mi piacciono le metal band, poche parole, zero proclami e tutta sostanza, colate e colate di riffs magnetici, spigolosi e taglienti come rasoi, sezione ritmica quadrata e compatta, vocals sprezzanti ed allo steso tempo evocative, peculiarità queste a cui il debut demo degli Evilizer da Carrara sembra proprio non volersi sottrarre.
Già, provenienti da quell'area geografica della nostra penisola che già in passato è stata molto semplicemente la culla delle sonorità più classiche della nostra mata musa ispiratrice, il quintetto oggetto oggi della nostra disquisizione esaminativa, si presenta a noi grazie ad un deflagrante five tracks demo intriso di umori artistici e sonorità volutamente retrò che, grazie anche ad uno stile compositivo asciutto e lineare, riesce nel contempo a risultare efficace e coinvolgente, nonostante i continui richiami ai maestri del genere, palesemente accennati fra le trame intricate di alcune di queste composizioni.
Ebbene si, come potersi dunque sottrarre all'amore incondizionato, così come ai dettami imposti dai grandi del passato, se si arriva a pubblicare una demo con alle spalle un inizio carriera fatto soprattutto di cover dei classici del genere? Impossibile, o quasi, eppure nonostante gli Evilizer non smentiscano affatto la propria proverbiale dipendenza artistica da certi schemi ed ambientazioni abbastanza old fashioned , riescono nel loro piccolo ad imbastire un tessuto musicale a volte anche abbastanza personale, fatto di avvincenti intrecci stilistici ed architetture musicali che hanno nell'enfasi metallica della suite "In The Rage Of The Battle", brano che ad un'humus epico/suggestivo contrappone delle porzioni classic/heavy metal di scuola naturalmente al bionica/nord europea, come in un ipotetico incrocio di suoni che vanno dalle dichiarazioni belliche di Heavy Load e Overdrive, fino ai richiami poetico suggestivi dei Maiden del "Powerslave", uno dei momenti clou dell'intero lavoro, per un risultato finale anche abbastanza soddisfacente.
Brani articolati consunti ad aperture armoniche ad effetto dunque, ma anche enfasi ed ardore focoso grazie a stilettate metalliche ed imponenti assalti sonori all'arma bianca che, come nel caso dell'imperioso up tempo "Land of ghosts", heavy classic metal with bollocks, o dell'altrettanto convincente dichiarazione di battaglia "Born to fight", brano a dir poco travolgente dotato di un refrain alquanto avvincente, break centrale e chorus da infarto soprattutto se proiettato in sede live, fanno di quest'opera prima un perfetto vademecum di sonorità ottantiane davvero niente male.
Detto che la produzione è abbastanza pulita e speculare, atta a risaltare comunque le qualità intrinseche dei cinque, non mi rimane che ribadire ancora una volta la validità di questo lavoro di debutto che ci presenta una band compatta e coesa al punto giusto, e con un margine di miglioramento naturalmente abbastanza ampio, la loro giovane età ci fa sperare in un futuro costellato più da luci che da timidi bagliori.
Eviliver:questi la sanno lunga!!!!
postato da: beppediana alle ore 15:05 | link | commenti
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Elixir - Mindcreeper

Sicuramente uno dei nomi di culto della cosiddetta seconda ondata della New Wave britannica, e forse per questo considerato anche non proprio di primaria importanza storico/musicale, quello dei redivivi Elixir è, per quei pochi e sparuti conoscitori dell'underground metallico più puro ed integerrimo, spesso e volentieri correlato più alle vicissitudini legate allo sfortunato Clive Burr, primo storico drummer della vergine di ferro, che aveva fornito le sue prestazioni al secondo disco della band "Lethal Potion", che all'importanza, per certi versi storica, del debutto vinilico della band in questione a titolo "Son of Odin", sicuramente uno dei primi album registrati in terra d'Albione legati ad un certo epic metal dal taglio oscuro e penetrante, recentemente rivalutato grazie anche alla splendida ristampa della label ellenica Cult Metal Classic records, che ce l'ha restituito nel pieno del suo splendore a ventiquattro carati. Ritornati on the road già qualche anno addietro, addirittura con la formazione originale dell'esordio, gli Elixir hanno man mano dato fondo a tutto il proprio repertorio, nonchè all'archivio discografico rimasto per lungo tempo sepolto in chissà quale anfratto, ri-editando non solo gli album appena citati, con la differenza che "Lethal Potion" si è successivamente trasformato nell'originale "Sovereign Remedy", con tanto di mixing originale e cover artwork non propriamente adatta ad un album di quello spessore artistico, ma rilasciando successivamente anche un platter formato si da composizioni vecchie e datate, rispolverate per l'occasione grazie a "The idol", al quale ha fatto seguito il seguente "Live" del 2005, fino a giungere oggi al qui recensito "Mindcreper" pubblicato nientemeno che dalla Majesty Records label che ultimamente si stà fregiando di molte ripescamenti a volte davvero clamorosi. Nonostante una copertina ancora una volta discutibile per sia per gusto quanto per concezione, "Mindcreeper", questo il titolo scelto dai nostri per questo loro ennesimo come back discografico, risulta essere alla fine un disco improntato attorno ad un solido e compatto heavy metal concepito attraverso uno storyboard vecchio e segnato dal tempo, ma che amalgama sapientemente la triade strofa/rima/assolo, riportando a galla emozioni ed ambientazioni sonore legate alla scorsa decade come se, l'alternative e tutte le altre innumerevoli mode musicale susseguitesi negli anni, non fossero mai esistite. Superato, stantio, antiquato ma anche dannatamente coinvolgente ed avvolgente, ecco sos'è possibile scoprire dietro i solchi di queste dieci composizioni veramente senza tempo, un disco questo che, contornato si da una produzione non proprio esaltante, almeno per i canoni odienri, ma anche per questo dotato di una carica e di un impatto a volte davvero devastante, riesce a convincere e a piacere proprio per la sua semplicità compositiva fatta in egual misura di brani più caratterialmente heavy rock oriente, altri spunti più epici e riflessivi, altri ancora volutamente legati ad una tradizione stilistica e concettuale davvero difficile da mettere in disparte. Ed è proprio seguendo questa sorte di filo logico/compositivo che si arriva a scoprire delle gemme grezze di inaudito splendore come l'energico mid tempo di "Rescue my soul", brano dalla carica e dall'epos energicamente rivitalizzante, la kickin' ass "Hot Meatl", song dotata di un'irresistibile refrain seducente ed ammaliante quanto basta, l'heavy rock di "Knocking on the gates of hell" contraddistinta da un frizzante riffing chitarristico memore delle scorribande sonore dei migliori Samson del periodo Moore, oppure l'heavy metal tout court della cadenzata "Athenian Glory" sorta di omaggio voluto e sentito nei confronti di un popolo di metalhead che più d'ogni altro ha saputo custodire in tutti questi anni di apparente silenzio artistico, la vera essenza dell'elisir della fiamma sacra per antonomasia. In conclusione non mi rimane che ribadire ancora una volta che "Mindcreeper" è un disco semplice, onesto e diretto, forse non proprio all'altezza dei suoi predecessori, ma comunque pur sempre di buona, anzi, ottima fattura, chi conosce bene il passato artistico della band sa già cosa potrà aspettarsi da una collezione di songs come queste, per tutti gli altri è consigliabile scoprire il mondo Elixir passo dopo passo, prima fermata "Son of Odin" naturalmente




Chariot - Behind the wire
Dai, provaci ancora Pete!!! Si, Pete Franklin è un tenace, un duro, uno di quelli che non mollano mai, che non si lasciano condizionare ne dagli eventi negativi, ne tanto meno dalle alterne mode musicali che si sono succedute negli ultimi tre lustri di storia musicale, vivendo si nell'ombra del successo e del riconoscimento di massa, ma continuando pur sempre a proporre la propria musica genuina, primordiale, maledettamente legata ad una matrice ottantiana davvero dura a morire.
Eppure il buon Pete nella sua lunga carriera artistica ha assaporato qualche barlume di notorietà, anche perchè all'epoca i primi due dischi dei suoi Chariot, erano stati stampati e distribuiti nientemeno che dalla Shades Records, etichetta di proprietà di una nota catena di negozi di dischi londinese, ed anche i lavori dei Dirty Deeds, poi trasformati solamente in Deeds, erano stati patrocinati nientemeno che da sua maestà Steve Harris in persona che, oltre a volerli nella sua personale scuderia, management ed etichetta compresa, la Beast Records, se li era portati dietro in tour assieme agli altri pezzi da novanta che rispondono al nome di Kick.
Una carriera altalenate dunque, ricca forse di qualche soddisfazione personale, ma nulla più, coincisa oggi con il ritorno del vecchio monicher Chariot, forse per sfruttare la nuova ondata d'interesse verso sonorità old style che da qualche tempo hanno invaso nuovamente il mercato discografico del vecchio continente, una formazione nuova di zecca, ed un nuovo disco da promuovere al meglio che, da quanto si può evincere dall'ascolto, partendo proprio dai solchi tracciati da quei primi vagiti ottantiani di cui sopra, cerca di spingersi verso soluzioni più moderne, e non moderniste, badate bene, per un risultato finale che accomuna in un'unico contesto sonoro il sound New Wave di formazioni storiche come Grim Reaper, Spartan Warrior, e degli Onslaught dell'epoca Steve Grimmet, e lo coagula con forti dosi di heavy dark che conducono pur sempre ad iniezioni metalliche memori di alcuni Wytchfynd, soprattutto quelli dell'ultima reincarnazione, Angel Witch e Demon.
Ne esce fuori un suono dall'enorme carica elettrica fatto di chitarre pesanti ed armonizzazioni melodiche, arpeggi cupi ed ambientazioni atmosferiche dal forte impatto emotivo, intensi ed a volte penetranti, che vertono per sempre su una forma canzone abbastanza contratta, snella e lineare più che sulla verve strumentale e sugli assoli, a dir la verità pochi ma mirati.
Si, "Behind the wire" è un disco molto passionale e, perchè no, anche abbastanza perdonale e sentito, contraddistinto da un'interpretazione vocale veramente eccelsa, non tanto a livello di tecnica, quando di espressività, quella stessa interpretazione che marchia a fuoco ed in maniera indelebile, brani come l'emozionante "No emotion" sorta di slow song dall'incedere heavy dark , l'up tempo metallico della snervante "Feel that rush" contornata da un ottimo rifforama, la scheggia impazzita "Your time has come" costruita su armonizzazioni metalliche abbastanza proto thrash metal, o l'heavy tout court dell'antemica "Shout it out" che ci restituisce intatta la verve compositiva dei migliori Chariot del capolavoro "Burning Ambition".
I Chariot sono vivi e vegeti e sono tornati in prima linea, o dietro le trincee come lascia intendere il titolo del loro nuovo disco da studio, sempre pronti a non lasciarsi annichilire dagli avvenimenti e dalle circostanze del caso, le mode passano, la fede, quella indissolubile, resta per sempre nel tempo.
Dai, provaci ancora Pete!!!




Demolition - Wreking Crew
Domanda: ma in un periodo come questo dove le ristampe così come le uscite semi ufficiali, e non solo, in cui anche i cd pirata sono sempre più identici agli originali (Zorba rules, NdBeppe), poteva mai la High Vaultage astenersi dall'immettere sul mercato tutta una serie di nuove uscite dedicate a band minori della così detta scena New Wave britannica? Risposta: già mai, visto che se non altro è stata proprio la label teutonica fra le prime a ripubblicare su vasta scala dei gioielli a ventiquattro carati come i primi dischi dei Tank o dei Q5, o degli stessi canadesi Pilevider che, fra l'altro, li hanno pure citati in giudizio in una causa che ancora credo sia lontana dalla parola fine.
Ed è proprio in quest'ottica che va letto dunque questo "Wrecking Crew - The Demolition Anthology" cd che, in ben diciannove tracce, raccolgie tutto, ma proprio tutto, il repertorio ufficiale, ma non solo, della band inglese dello Staffordshire.
Ennesima cult band dunque ad essere omaggiata grazie ad una collection di composizioni per la parte pubblicate postume, i Demolition saranno per sempre ricordati più per aver avuto fra le proprie fila un bassista di nazionalità siriana, il buon Lita Panesar, che per l'unico singolo edito nei pochi anni di vita on the road della formazione albionica, ovvero quel "Hooker Hater/Axeman" che, grazie anche alla difficile reperibilità dello stesso, ricordo che fu stampato dalla stessa etichetta della band ovvero la Demolition Rock Records, ha fatto la felicità di quei pochi fortunati che hanno avuto il piacere, oltre che all'onore, di possederne una copia originale. Dunque, oltre ai brani precedentemente citati, il cd in questione ci regala anche la prima demo della band registrata addirittura nel lontano 1980, nonchè un live di supporto all'uscita del singolo stesso registrato nel 1981 all'interno del piccolo locale di Monaco di Baviera "Kidderminster", il tutto naturalmente rimasterizzato e ripulito a dovere, reso ascoltabile anche grazie ad un'operazione di mastering davvero niente male, il che, unito naturalmente ad un booklet oserei dire eccelso, che presenta la storia del combo, foto inedite, ritagli di giornale ed anche le lyrics delle singole songs, rappresenta sen'ombra di dubbio il vero fiore all'occhiello di questa esaudiente retrospettiva.
Un heavy rock venato di molteplici influssi hard boogie nonchè da semplice e grezzo rock and roll, ecco cosa trapsare dall'ascolto di questo cd, una band che si prodiga in un'intreccio di fraseggi e di passaggi ritmici non tanto distanti, solo per fare dei paragoni illustri, ai Mothorhead d'inizio carriera, o anche ai Battleaxe dell'esordio "Burn this town", ai quali vanno ad affiancarsi sia per la caparbietà e la tenacità di una proposta musicale scevra da qualsivoglia policromia patinata ed indulgente, che per la forte affinità canora fra i due screamer delle rispettive formazioni.
Beh, lungi da me dal trarvi in inganno, posso benisimo asserire in tutta franchezza che, sicuramente, i Demolition non saranno stati dei maestri o degli innovatori del genere al pari dei grossi nomi che un pò tutti ci ricordiamo, ma solo degli onesti mestieranti, degli appassionati che suonavano solo per il piacere di farlo, per cui, come detto e ribadito in più occasioni, la loro musica piace anche e soprattutto per questa sua spontaneità e semplicità con la quale veniva offerta dai quattro musicisti chiamati in causa per l'occasione, un suono che fuoriesce direttamente dalle arterie venose, per sgorgare ed espandersi nei cuori di chi ascolta la musica non solo con l'apparato uditivo, emanando un feeling intenso ed emozionante, a cui però, risulta difficilmente sottrarsi, come se, brani dal potenziale incendiario della già citata "Axeman", l'assalto sonoro di "Hustlin Around" caratterizzato da una serie di scale asincrone ad effetto, il mid tempo di "My direction", o del possibile hit single "On the top of the world" baciato da un refrain melodico davvero niente male, facessero parte del bagaglio culturale e musicale, nonchè del DNA di tutti noi. Dunque se siete appassionati di certe sonorità old style, se non potete fare a meno di sognare quei magici anni, ed andate a letto non prima d'aver baciato il poster dei Maiden matk I, credo proprio che questo cd possa fare proprio per voi, per tutti gli altri, passate oltre qui "nun' c'è trippe per gatti", mi sbaglio?
postato da: beppediana alle ore 15:00 | link | commenti
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sabato, 28 ottobre 2006



Patan - Acero

"Metal Pesado", ecco con quale aggettivo viene identificato l'heavy metal classico nei paesi sud americani come l'Argentina, nazione da sempre devota a certe sonorità classiche, nonchè fra le più ricettive del continente, patria di eccelsi musicisti che, nonostante i problemi legati a condizioni economiche non sempre floride, riecono pur sempre a smuovere le acque grazie ad orgogliose publicazioni ufficiali che restituiscono onore e dignità ad un popolo metallico sempre più affamato di tradizioni hard'n heavy.
E i Patan, formazione bianco azzurra presa in esame per questa recensione, non sfugono di certo alle nostre considerazioni iniziali, infatti nonostante la loro esperienza ultra decennale, ben quindici anni spesi on the road a promulgare il verbo della sacra fiamma metallica, riescono a pubblicare il loro terzo lavoro ufficiale per l'indipendente Icarus Music, dopo due album completamente autoprodotti come l'omonimo disco del '99, ed il follow up "Sangre de Metal" di due anni più tardi, proseguendo mirabilmente un sentiero sonoro intrapreso con il proprio debut demo, che ha elevato i cinque metaleros argentini come principale pretendenti a risposta nazionale più accreditata alle scorribande sonore dei metal godz europei.
Non a caso l'heavy metal iconoclasta di cui i nostri si rendono artefici, presenta molteplici sfumature teutonicche ed albioniche, anche perchè il wall of sound che scaturisce da queste nove mazzate metalliche incluse in questo parto trigenio, riconducono sensibilmente la band al cospetto di mostri sacri del calibro dei redivivi Judas Priest, nonchè dei new comer Primal Fear e Sinner, questo grazie anche alle possenti corde vocali dello screamer Gabriel Oliverio, abile sia sul costruito che sulle parti più profonde e baritonali, che alla coppia di chitarristi eccezzionali come Fernando Babio e Pablo Iacono, degni discepoli dei due sacerdoti del prete di giuda.
Heavy Metal genuino, puro e limpido come il sangue che scorre nelle arterie venose, che sgorga e fluttua dal cuore condensandosi su un pentagramma di note pesantissime come macigni, che spingono giù verso gli asbissi dell'inferno, fra colate di metallo incandescente e atmosfere arcane che trovano la propria sacrosanta ubicazione all'interno di brani dal forte retaggio classico come l'opening track "El vuelo del dragon" che, grazie ad un guitar work ben architettato, si muove sinuosa fra echi epici e sferzate più classic metal, o la deflagrante "Pecado infernal" pregna di rimandi al power/tharsh di band come Vicious Rumors e Metal Church, o l'arrembante "El autentico Patan" dominata ancora una volta da chitarre pachidermiche e vocals al vetriolo.
Di tutt'altro appiglio sonoro sono invece l'up tempo sensibilmente melodico ed oscuro di "Arrancando el dolor", l'heavy rock suadente e maligno di "Putas, noche y rock'n roll", e la granitica "No voy a claudicar" song dotata di un mirabilissimo refrain, una sezione ritmica in primo piano, e parti di chitarra dai forti richiami al british steel , diciamo fra Priest e Saxon.
Inossidabile, vitreo e pesante come solo il vero metallo sa essere, "Acero" si candida preotentemente fra le migliori uscite in campo classic metal, e se qui da noi nel vecchio continente i Patan sono poco conosciuti, sonosicuro che quest'album potrebbe benissimo cambiare le sorti di questo ottimo ensamble, non ci credete?
Y no me detendran
no voy a claudicar
no voy a renunciar a mis ideales jamàs



Horcas - Demencial
Minchia che mazzata ragazzi, il nuovo platter degli Horcas sprigiona energia vitale ad ogni solco, giuro!!! Già, avevamo lasciato la band argentina alle prese con il loro primo live “Vive”, album che in qualche modo celebrava al meglio i tre lustri di carriera artistica dei nostri, e che, dietro le righe, lasciava già intravedere quale fosse il sentiero sonoro che i cinque metaleros avrebbero intrapreso per la loro nuova fatica da studio, un lavoro che, da quanto ho potuto appurare con mano, rincara in più occasioni la componente tharsh metal presente fra i solchi dell’omonimo lavoro di tre anni or sono, portando i nostri a toccare vertici compositivi davvero di ottima fattura. Si, credo ancora fortemente che gli Horcas siano una delle poche band tutt’oggi in circolazione che, sia musicalmente che liricamente parlando, hanno ancora qualcosa di davvero interessante da dire, forse perché ancora lontani dal successo di massa e dal riconoscimento internazionale, forse perché ancora vogliosi di esprimere la propria rabbia, il proprio dolore ed il proprio rancore verso una società moderna come quella argentina degli ultimi anni, oramai sempre più allo sbando, sentimenti questi espressi attraverso delle liriche molto profonde e realmente sentite, frutto sicuramente di esperienze vissute in prima persona, che ben si amalgamano al tessuto sonoro proposto dai nostri cinque amici, ovvero un mix sapiente fra la propensione heavy/dark alienante ed oscura dei Nevermore, ed il thrash tout court dei maestri come Overkill/Testament, per un risultato finale di sicuro effetto. Racchiuso da una splendida veste grafica che presenta una sorta di moderno Cristo cibernetico, il nuovo capitolo dei nostri a titolo “Demencial”, potrebbe benissimo porre gli Horcas all’attenzione generale come una delle principali pretendenti per la rinascita del thrash sound old style, grazie soprattutto ad un songwriting ispirato e di ottima fattura, districato lungo un lotto di brani davvero potenti, intricati, dinamici e coinvolgenti quanto basta, per una complessiva qualità sonora realmente superba, merito anche del piglio vocale dell’istrionico Walter Meza, dei riff concentrici e del solismo lussureggiante della coppia Gabriel Lis/Sebastian Coria, ma anche di una sezione ritmica che francamente non sbaglia davvero un colpo, e che sembra una vera macchina da guerra per potenza, precisione e tecnica. Un disco molto intenso, a tratti autenticamente cerebrale nel suo fosco e torrido dipanarsi, altre volte letteralmente trascinante e debordante, capace di annichilire ascolto dopo ascolto grazie a brani del calibro della killer track “El agire”, song dall’andatura dannatamente heavy che ad ogni passaggio porta con se le caratteristiche peculiari del sound dei nostri, ovvero thrash metal nudo e crudo fra continui richiami ad Overkill ed Anthrax, richiami che si fanno più evidenti sulle note della violenta “El necio” giocata fra accelerazioni in doppia cassa e snervanti vocalizzi canori, mentre è proprio la potenza devastante di “El juego” che, districandosi fra splendidi connubi di complessa intensità dove la violenza sonica, riesce a sposarsi mirabilmente con il lato più melodico in possesso della band in questione, a lasciare letteralmente esterrefatti e a bocca aperta. “El aguante” ed “El tempo” continuano a mietere vittime nella loro personale commistione di bordate metalliche ispirate al techno-thrash di band seminali come Evil Dead e Dyoxen, mentre se le atmosfere rarefatte e volutamente melodiche di “El rencor” sembrano quasi estrapolate dai solchi di “The ritual”, “El sentir” ci mostra ancora volta i picchi qualitativi di una band mai doma e realmente ispirata, in possesso di un bagaglio tecnico/compositivo ad alto retaggio metallico. Thrash, thrash e ancora thrash, quaranta minuti di fottuta attitudine old style, produzione sfavillate, undici mazzate metalliche fra capo e collo, ecco in sintesi spiegato il mio ardire per questa grandiosa band sudamericana rivelatasi ancora una volta all’apice della scena heavy mondiale e che solo l’ignoranza dei soliti qualunquisti ha momentaneamente relegato in una posizione di secondo piano. Questi cinque ragazzi spaccano, e lo fanno sul serio, cercate questo disco ne vale veramente la pena, giuro!!!!
Agitar y pelear, vamos gente hoy tengo que saltar...



Ground Contol - Insanity
Verona's thrash bay area? No, non sono diventato matto tutto ad un tratto, anche se giuro che ci manca poco, ma visto il prolificare sempre più crescente di giovani band provenienti dalla città veneta, oramai sempre più agguerrite e potenzialmente competitive sotto ogni punto di vista, si potrebbe benisimo indurre ad un paragone, sempre con le dovute e debite distanze, per carità, fra la spendida città dell'amore, e la tanto osannata scena musicale della Frisco di qualche decina di anni addietro, e la riprova più tangibile di quanto ammesso in precedenza, è naturalmente l'avvento dei new comer Ground Control che con il loro debutto "Insanity" si apprestano senza alcun dubbio a raccogliere le simpatie e la stima degli appassionati di certe sonorità titpicamente US style.
A dire la verità, i quattro ragazzi non sono proprio dei novellini chiamati alla prova del nove, essendosi formati nel lontano 1996 grazie all'alchimia fra l'apprezzato singer degli Arthemis Alessio Garavello, qui alle prese anche con la sei corde, ed il guitar player Fabio Cavallaro, principalmente come cover band di vecchi classici della scena thrash degli eighties, modificando di anno in anno il proprio status di metal band a tutti gli effetti, con l'apporto di sostanziose modifiche all'interno della line up stessa della formazione scaligera, che li ha condotti alla pubblicazione di un primo demo lo scorso anno, e del full lenght album oggetto della nostra recensione quest'anno.
Assoldata una sezione ritmica versatile ed efficace nelle persone di Giovanni Raddi al basso e Fabio Perini alla batteria, i Ground Control, com'è giusto che sia, si rendono artefici di una superba prova discografica che, non tradendo affatto le proprie radici sempre e comunque ben salde all'interno di una corrente musicale tipicamente statunitense, facendosi portavoci di un roccioso quanto energico techno thrash metal proposto in maniera oserei dire quasi impeccabile, contraddistinto da una pulizia d'esecuzione e tecnica, condito da un rifforama nervoso ed incalzante, caratterizzato in parte da quei fulminei stop and go tipici del modus vivendi di mostri sacri del calibro dei primi Annihilator, Megadeth, Testament, caratteristiche alle quali i quattro aggiungono naturalmente una creatività compositiva facente comunque parte del proprio bagaglio artistico che aiuta, se non altro, a rendere maggiormente accattivante un disco di per se quasi esemplare!!!!
Registrato magistralmente ai remaster studios di Vicenza sotto la supervisione del duo Nick Savio/Tony Fontò, masterizzato dal maestro Karl Groom (Treshold) in terra d'albione, "Insanity", immesso sul mercato dalla neonata Punishment 18 records di Cossato (!!!), non poteva non essere un piccolo masterpiece del genere preso in esame dai nostri, inanellando una serie di ottime composizioni, ben dieci a dir la verità, in cui la tecnica e l'estro chitarristico della coppia Garavello/Cavallaro, si insinua pur sempre all'interno di un songwriting reso quasi perfetto dal connubbio potenza/melodia, spingendosi nella costruzione di ambiziose e variopinte architetture sonore sempre e comunque d'ottima fattura compositiva, come nel caso della deflagrante accoppiata iniziale "Days of Justice/Insanity (In my mund)" songs nelle quali i nostri mettono in mostra una tecnica davvero invidiabile fatta di scale armoniche e potenti e fantasiose ritmiche tipicamente thrash metal, o il richiamo tipicamente Megadeth-iano, con tanto di riffing esotico, di "Vortex of violence" prima e di "Free your soul" poi, che sembrano quasi uscite da quel "Rest in peace", che più volte ritorna alla memoria durante l'ascolto di questo disco, mostrandosi a proprio agio sia nelle parti più classicamente speed, che ne i frangenti più volutamente melodici come nel caso della splendida "Alone" caratterizzata da una prova sublime del buon Alessio Garavello, sicuramente uno dei migliori nel suo campo, e non solo. Di tutt'altro acchito sono invece la più accesibile ed orecchiabile "Oriental sorrow" forse la più ordinaria del lotto, e la strepitosa cover del classico "Metal Thrashing Mad", vero e proprio tributo ai newyorkesi Anthrax fra i padri putativi del genere.
Un disco competitivo e superbo sotto ogni aspetto, produzione, grafica, eleganza tecnica comoprese, il migliore dai tempi dei vari "Withdraw from reality" dei Broken Glazz e "Tension at the seams" dei redivivi Extrema, band dalle quali raccolgono una grande e pesante eredità, gli estimatori del genere sono dunque avvisati.



Gillman - Cuauhtemoc
El rey es regresado!!! Graditissimo come back discografico del grande Paul Gillman e della sua band omonima, dopo un silenzio lungo ben nove anni, tanti ne sono passati dall’ultimo disco ufficiale “Escalofrio” del 1994, silenzio interrotto solo dall’uscita antologica a titolo “25 Años” e contenente i maggiori successi riscontrabili nell’intensa carriera di questo autentico pezzo di storia del metal sud americano. Com’è giusto che sia, un piccolo cenno biografico per introdurvi al disco qui recensito, non ci sta male, vero? E allora, incomincio col dirvi che Paul Gillman è un vocalist venezuelano, considerato come una vera e propria istituzione metal nazionale, uno che cavalca la scena sin da lontano fra 1977, anno di formazione degli Arkangel, sua precedente formazione, band con la quale ha pubblicato tre splendidi capolavori, e che fra Arkangel e album solisti, ha rilasciato qualcosa come quattordici dischi, collaborando anche con celebri artisti di fama internazionale come i quotatissimi Baron Rojo. Un album dunque. atteso per molto tempo, e voluto fortissimamente dai propri fans sparsi per tutta l’america latina, ma non solo, nonché dalla nuova label Ariah records, nata quasi esclusivamente per supportare le uscite discografiche dei nostri. Basta dare uno semplice sguardo alla copertina di questo disco, per capire che ci troviamo di fronte ad un concept album su Cuahutenoc, ultimo imperatore del popolo Azteco, trucidato barbaramente dal conquistatore spagnolo Cortès, e divenuto negli anni una delle figure più prestigiose della storia latino-americana, sopratutto in Messico, nazione in cui l’antico imperatore era nato e vissuto sino al tragico epilogo. Una storia dunque, ricca di sofferenza, dolore e rabbia, sentimenti che, musicalmente parlando, hanno preso forma nelle dieci tracce ivi contenute, brani che si snodano lungo una miscela sonora a base di bordate heavy power, alle quali si intrecciano, spesso e volentieri, delle ritmiche forsennate e di natura thrash metal, per un ibrido sonoro fra i Testament di “New order” e gli Iced Earth di “Burnt offrings”. Di sicuro l’album più maledettamente metal mai pubblicato dai Gillman, che per indurire il proprio sound, hanno pensato bene di inserire nella propria line-up, un secondo chitarrista, l’ex roadie e Khaos Eduardo Nieto, in appoggio dello storico axeman Facundo Coral, per erigere un wall of sound davvero solido e impenetrabile. Brani dal sicuro impatto fisico, si susseguono l’uno l’altro senza tregua, lasciando poco spazio per melodie di facile presa o brani catchy, a dir la verità ascritte solamente alla malinconica ballad finale “Contaminaciòn”, privilegiando spaziare fra il thrash tout court dell’opener “La nueva era”, giocata fra riffs stoppati e fiammanti accelerazioni in doppia cassa, il power US style a la Helstar/Metal Church di “La red”, dotata di un bridges davvero azzeccato ed un chorus da infarto, o le atmosfere più classicamente epic metal di “El regresso” che a me hanno ricordato molto i Brocas Helm di “Black Death”. Un disco sicuramente non innovativo o di elevato spessore artistico, qua si pensa più al sodo che alle frivolezze, suonato con il cuore e la fermezza di chi sa svolgere egregiamente il proprio lavoro, e che oltre al succitato concept, ci offre addirittura cinque covers, di cui quattro di altrettante band storiche del panorama metal venezuelano, fra le quali mi piace ricordare “Castillo sobre el mar” dei suoi Arkangel dell’album “ Rock Nacional”, e “Asì eres tù” dei Resistencia, nonché il brano live “Resistirè” dei già citati Baron Rojo. Un grande come back, per un grande artista tutto da scoprire, quindi se non siete chiusi di cervello, e nella vostra collezione trovano spazio gli album degli artisti sopraccitati, fareste bene a cercare questo disco, ne vale la pena. El rey es regresado, viva el rey!!!
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sabato, 14 ottobre 2006

US Power Metal Scene



Autmn's End - Omonimo

In tempi non tanto lontani una delle credenze di chi si accingeva a recensire un disco di una band al debutto, era quella di valutare, seppur in maniera approssimativa, l'operato di un ensamble, conoscendo magari soltando l'area di provenienza che, il più delle volte, rappresentava, per i musicisti presi sotto esame, una specie di pedigree. Così, se San Francisco e New York erano famose per il thrash metal, e Los Angeles per il glam e l'hard rock, la metal area su cui si erigevano le forti mura di Phoenix (Arizona), ha sempre visto il prolificarsi di ottime rappresentanze metalliche provenienti dalle più disparate ramificazioni dell'heavy music, una schiera nutrita di formazioni che, chi con più o meno fortuna, ha cercato d'imporsi all'attenzione dei media con proposte artistiche sempre di un certo spessore ed autenticità artistica, come nel caso degli eroi minori Sacred Reich band che, con una manciata di album all'attivo, era riuscita a costituirsi una solida posizione all'interno dell'establishment della scena hard'n'heavy dell'epoca.
Ed è proprio alla mitica band del buon Phil Rind che i qui recensiti Autumn's End si ispirano profondamente, non solo perchè provenienti dalla stessa area musicale, ma anche perchè il genere musicale propostoci da questi quattro brutti ceffi statunitensi, altri non è che quel thrash metal sporco, grezzo e minimale, pieno zeppo di clichè e di ambientazioni sonore già trite e ritrite, ma nel contempo cadenzato, ottimamente strutturato, semplice, lineare, arricchito da parti cantate veramente sprezzanti e mascoline ripartite equamente fra clean vocals e screaming violenti ed opulenti che tanta fama e fortuna aveva apportato alla band di cui sopra.
Un thrash metal stantio e minimale dunque? Niente di tutto questo, anche perchè, se è pur vero che l'ossatura principale di queste undici song rimane pur sempre il tanto vitupirato thrash, è pur vero che questi viene nel contempo arricchito da partiture più complesse, e nel contempo irriverenti, che sfociano pur sempre nel crossover puro e sistematico di band minori, forse troppo sottovalutate, come i geniali Corrosion of Conformity, disegnando un agglomerato ritmico, sempre e comunque al centro dell'operato della band che, nel suo piccolo, sfoggia una certa dimistichezza nell'inanellare tutta una serie azzeccata di intrecci musicali molto affascinanti e dal vago retrogusto noir, come nel caso della lisergica "Chaos within" giocata fra richiami chiaroscuri ai Sabbath prima maniera, e a tutta quella corrente thrash metal eighties style, Testament ed Overkill in primis, grazie ad un riffing mellifluo ed autoctono, ed impennate heavy/dark degne dei migliori Mercyful Fate, o come nel caso dell'ottima "Age of reason", song dove la componente più oscura della band riesce addirittura a prendere il sopravvento, integrando un tappeto metallico davvero ruvido e tagliente, inframezzato nel contempo dalle sfuriate metalliche partorite dalla coppia di chitarristi Chris Cannella/ Anthony De Jesus, autenti trascinatori della band americana in questione.
 Ed è proprio questo alternarsi di parti tirate ed aperture volutamente melodiche, che in qualche modo caratterizza l'operato degli Autumn's End che, in manira quasi spontanea, riescono con gusto ed intelligenza a missare, e smussare, partiture musicali solitamente equidistanti fra loro, ma che, nel contempo, riescono a convivere attorno ad un'unico tessuto sonoro, edificando un caratteristico stile compositivo molto affasciante che ha nell'attacco thrash/core di "Bleed my name", up tempo che si divide fra riminiscenze di Sacred Reich e spruzzate a la Gang Green, o nel metal tout court di "Darkness of words", i propri cardini princiapli.



A Lower Deep - Omonimo
Continuiamo il nostro personale escursus all'interno della scena undergound americana, andando alla scoperta di una nuova e solida realtà in campo US metal, facendo conoscenza con una delle formazioni più promettenti del lotto, ovvero gli A Lower Deep, band che giunge con il qui recensito "Trinity", a varcare la soglia del secondo album autoprodotto ad appena un anno di distanza dal pur ottimo debutto discografico “Parable Of The Thorn”.
Provenienti dal profondo sud del continente nordamericano, più precisamente dallo stato dell'Alabama, gli A Lower Deep sono senz'ombra di dubbio una delle band più prolifiche oggi in circolazione sul territorio yeankee, avendo dato alla luce, in appena tre anni di ininterrotta attività, la bellezza di ben due dischi ed un full lenght demo, pubblicazioni portate a termine nonostante le difficoltà di una formazione non ancora definita, che comunque può pur sempre contare sull'apporto di tre elementi che formano da sempre l'ossatura della band in questione.
 Melodic thrash metal, ecco come loro stessi amano definire la propria proposta musicale, una definzione che, ascoltando bene il cd in questione, sembra quasi stargli un tantino stretta, anche perchè il melange sonoro da cui i nostri sembrano trarre fortemente ispirazione, prende spunto sia dal thrash metal tipicamente trascendente da diramazioni bay area, ma anche da partiture più canonicamente progressive, nonchè da quel certo classic metal americano oscuro ed articolato, quello insomma dei primi Queensryche e Sanctuary, influenze che, infine, si vanno a sommare al tanto vitupirato heavy metal di concezione moderna, Nevermore ed Iced Earth su tutti, costituendo un'ossatura solida e composita su cui vertono gran parte delle dieci composizioni ivi contenute, che danno vita ad un disco compatto, affilato e, naturalmente, al passo con i tempi.
Uno stile compositivo caratterizzato da atmsfere melodiche ed oscure, sembra condensarsi attorno ad ogni singola traccia che, nel complesso, sembra assumere la forma di un'intricata e travolgente sinfonia metallica che ben poco ha a che vedere con i manierismi sinfonici oggi tanto in voga, dando l'impressione di trovarsi al cospetto di una band che punta molto sulla complessità del proprio songwrating, più che sull'impatto sonoro fine a se stesso, ma che, comunque, riesce a dimostrare di essere in possesso di una certa levatura tecnica acquisita in anni ed anni di dura gavetta underground.
 Oscuri e sinistri come pochi, gli A Lower Deep sono l'ennesima riconferma di come si possa evolvere uno stile personale senza snaturare lo spirito in nome dei tempi che cambiano, ma retando pur sempre fedeli a certe coordinate di matrice classica, e brani come la cavalcata metallica di "Gods and Monsters" power/thrash metal furioso e potente, che si avvale di inquietanti stacchi acustici, o dell'articolata, ma al contempo melodica, "Out of the darkness", techno/thrash metal sulla scia di Dyoxen e Faith or Fear, ne sono la più lampante testimonianza.
Un disco intenso e scervellotico da assaporare nota dopo nota ma a piccole dosi, nella speranza di aver portato a vostra conoscenza l'operato di una band dal futuro assocurato, non mi rimane che rimandarvi al sito dei nostri dove potrete trovare i contatti per richiedere questo dischetto veramente meritevole.



Harder Echo - Omonimo
Ma allora in California ci sono ancora musicisti interessati a suonare heavy metal nell’accezzione più classica della parola??? Ebbene si, anche se a dire la verità la città di provenienza di questo solido quintetto di classic metal Us style, ovvero San Diego, è una di quelle big city dove da sempre risiede lo zoccolo duro degli appassionati di certe sonorità diciamo così vintage. Hard Echo, questo il monicker scelto dai cinque musicisti per questa nuova creatura musicale, che si rendono artefici di una prova più che dignitosa, riuscendo a districarsi con disinvoltura in un solido heavy/power metal d’impostazione statunitense ottimo sia dal punto di vista dell’impostazione tecnico/musicale che dello spessore artistico anche eprchè, vedendo le foto accluse nel cd, si può facilmente evincere che abbiamo a che fare con dei musicisti ben rodati provenienti comunque tutti da esperienze musicali fra le più disparate, ma che trovano il proprio trait d’union nel metal anticonformista degli eighties che comunque strizza l’occhio ad aperture più melodiche ed hard rock oriented. Una band che non lascia niente al caso dunque, anche perchè su questo “Traded Secrets” tutto è stato curato alla perfezzione, dalla produzione veramente ad oc, alla resa sonra inequivocabilmente molto vintage, al look della band che li ritrae in pose molto old style. Ed il risultato finale vi starete chiedendo? Beh, per fortuna anche quello è all’altezza delle aspettative, un heavy metal classico sparato in faccia con la sicurezza e la sobrietà che solo le vecchie leve sanno d’avere, muovendosi con sicurezza su territori sonori molto affini a band del calibro di Judas Priest, Queensryche, Crimson Glory e Skid Row, quelli più cazzuti di “Slave to the grind” tanto per intenderci. Un disegno musicale variegato e multicolore dunque, dove ogni musicista nel suo piccolo si ritaglia la sua parte da protagonista, senza per questo intaccare il lavoro degli altri componenti della band. Ritmi frenetici, arpeggi tecnici, dissonanze e melodie accativanti si inseguono costantemente su queste dieci tracce determinando un wall of sound davvero ben compatto, in cui titoli come la terrificante “I am forever” che combina con intelligenza la violenza sonica del prete di giuda con la propensione metallica e progressiva dei Lethal di “Programmed”, o di “The perfect crime”, classica cavalcata metallica fra straripanti riffs di scuola Armored Saint e Artch, ben si amalgamano con le divagazioni più sabbatiane di “Saled/Traded secrets” pervase da quell’alone epico suggestivo tipico di ensamble come Manilla Road o dei Cirith Ungol più melodici e meno criptici, o di “Someday the blind” classico esempio di vetusto hard rock US style che convoglia partiture ultre tecniche e divagazioni melodiche in un’unico tessuto sonoro. “Speed of sound” richiama ancora una volta gli Armored Saint del periodo post “Symbol of Salvation”, così come “Siren’s song” risulta fortemente debitrice del technical power metal dei maestri Watchtower, grazie alle sue chitarre precise ed affilate come fendenti, “The underground” presenta divagazioni heavy rock mainstream sulla scia dei vari Racer X e Leatherwolf, mentre “Desert Sunset” arriva al cuore con i suoi ritmi malinconici, ponendo la parola fine a quest’ottimo lavoro di debutto che alterna sapientemente partiture più tecniche e velatamente progressive, a sprazzi melodici veramente degni di nota. Una band sulla quale sarebbe bene porre la giusta attenzione e che se saprà continuare su questi standard, potrebbe regalarci ben più di qualche forte emozione...
Da tenere d’occhio!!!



Ignitor - Take To The Sky
Arde fiera e sprezzante più che mai la fiamma dello Us metal, nonostante un periodo di transizione che oramai si protrae da qualche annetto, e, malgrado l’interesse dei media risulti essere sempre meno di zero, l’underground a stelle e strisce continua ancora in maniera imperterrita a sfornare ottime sorprese, a volte davvero interessanti ed inaspettate, come nel caso dei nostri amici Ignitor. Provenienti dalla poco nota, almeno a livello metal, città texana di Austin, scopro dalla breve bio che accompagna il cd, che gli Ignitor non sono altro che il prodotto delle passate esperienze dei cinque musicisti chiamati in causa per l’occasione, tutti comunque provenienti da trascorsi artistici ben lontani dalla proposta musicale offertoci dalla band su questo “Take to the sky”, avendo fatto parte di formazioni death metal, rock gotico, e addirittura chi, come nel caso del batterista Pat Doyle, è stato un membro della punk band The Offenders. Con un back ground di questa portata, non ci si aspetterebbe di certo che, nell’atto dell’ascolto dell’ep in questione, una valanga di metallo puro al 100% ci sommerga letteralmente, annientando qualsiasi pensiero di trend modernista, muovendosi invece all’interno di certi canoni e parametri ben prestabiliti, avvicinandosi in modo alquanto esplicito al classic metal degli eighties, fra richiami continui a Bitch, Riot, Hellion, Fifth Angel, e perché no, anche la prima Lee Aaron, quella del capolavoro “Metal Queen” naturalmente. Un sound molto tradizionale quindi, anche se la resa sonora e la produzione abbastanza potente e pulita di “Take to the sky”, pur con i dovuti paragoni del caso, non sfigurerebbe di certo al cospetto di release più blasonate, grazie ad un guitar work davvero niente male, l’esperienza ventennale del chitarrista Steve Laurence si fa sentire pesantemente, e alla presenza dietro al microfono della grintosissima cantante Erika Swinnich, vera punta di diamante del combo statunitense, una singer di razza in grado, non solo di rifarsi sfacciatamente a mostri sacri del calibro di Ann Bolen, Jutta Weinhold e la sempreterna Doro Petsch, ma anche di saper reggerne il confronto nelle parti più dilatate e profonde, roba davvero di non poco conto. I brani che, pur presentano un’ossatura ed un amalgama ben uniforme, sembrano davvero tutti di ottima fattura, ispirando buona fiducia e lasciando abbastanza soddisfatti già dal primo ascolto, come nel caso dalla fantastica opener “Demonslayer”, superba power track dominata da un' abilita tecnica e da un sinuoso lavoro chitarristico sempre in primo piano, o l’up tempo “Execution” che, oltre a sviscerare ancora una volta l’amore snaturato per certe tematiche guerrafondaie, ci mostra una band in pieno possesso di un bagaglio musicale considerevole grazie ai continui richiami a Racer X, Impellitteri, Leatherwolf e Crimson Glory. Un primo parto davvero niente male dunque, i sei brani qui presenti, scivolano via che è un piacere, ed il pensiero che, apportando naturalmente i giusti accorgimenti, una band di questa portata potrebbe fare la fortuna di qualche label specializzata anche qui da noi in Europa, io li vedrei bene alla Massacre, prende sempre più forma, anche perché il loro classic metal scevro da qualsivoglia influenza o contaminazione sinfonica, ascoltatevi per l’occasione la terrificante “The last king tiger”, farà di certo la felicità degli amanti più oltranzisti dello Us power metal. Da tenere d’occhio...



Image - Razor's Edge
Nonostante qualcuno abbia da obbiettare su quello che andrò a dire in questa recensione, gli americani Image sono stati a lungo considerati, forse anche a torto, come una delle tante cult metal band che hanno affollato il mercato discografico americano dei primi anni ottanta, riuscendo come al solito a raccogliere più delusioni che onori, arrivando a pubblicare un solo mini lp che più volte a raggiunto quotazioni stratosferiche sulle varie aste on line. Scioltisi agli inizi degli anni novanta, per il sopraggiungere di nuove svolte musicali e di mercato, gli Image si ricostituiscono come band proprio all'inizio del nuovo millennio, grazie soprattutto al volere del leader ed assoluto mastermind, il batterista Rock Wicker, riuscendo a recuperare, non solo lo smalto ed il tempo perso in tutti questi anni di assenza forzata, ma anche parte del vecchio repertorio di classici che la band presentava all'epoca della sua prima e storica formazione, brani che sono stati interamente riversati dapprima sul cd del ritorno "Drowning in the sea of light", ed ora su questo nuovo parto discografico a titolo "Razor's edge". Un album dunque che si presenta come un'ipotetico trait d'union fra passato e presente, infatti gran parte del materiale ivi presente è già stato pubblicato nell'ep di cui sopra, a cui inostri hanno saputo donare una nuova veste sonora, che va a formare un melange di vecchio e nuovo che potrebbe benissimo accontantare sia i nuovi che i vecchi discepoli della band in questione.
A restare naturalmente inalterato dopo tutto questo tempo, è lo stile musicale di cui gli stessi Image si fanno portabandiera, ovvero un classic metal totalmente immerso in sonorità Us style e che richiama da vicino le scorribande sonore dei vari Armored Saint, Malice, Lizzy Borden e Vicious Rumors, paragone questo maggiormente rafforzato dall'ugola sporca dello screamer David St.Clair molto vicino allo stile del compianto Carl Albert. Niente di innovativo dunque, il solito riciclo di schemi ed ambientazioni tanto care alle band appartenute alla vecchia scuola heavy statunitense, il tutto comunque filtrato attraverso un'ottica più moderna, e non modernista, ma pur sempre pronto a soddisfare i palati uditivi di chi da anni è alla costante ricerca di materiale dell'epoca d'oro. Produzione grezza, scarna, minimale, un disco totalmente privo di sovraincisioni, il tutto al solo scopo di aumentare se possibile l'impatto live della band, ecco come si presenta ad un attento ascolto questo nuovo dischetto, tanto che brani come l'heavy tout court di "Legacy", "It doesen't matter" o della spavalda "Razor's edge" sembrano fatte per essere ascoltate appuratamente sotto un palco. Il lungo trip sonoro su cui si erige la sabbatica "Outher limits" è quanto di più emozionante mi sia capitato d'ascoltare negli ultimi tempi, anche se sono i brani più metallici e d'impatto quelli a lasciare davvero il segno, come nel caso della power track "Phantasm" o della più melodica "Resurrection" molto vicina allo stile dei vecchi Keel.
Un buon dischetto, niente di assolutamente indispensabile, ma se vi capita fra le mani, dategli un'ascoltata ne vale la pena...
postato da: beppediana alle ore 18:30 | link | commenti
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Spanish Metal Scene pt 1



Gauntlet - Path of nails

E' una storia di sacrifici, rinuncie ed amarezze mal celate quella che si nasconde dietro ai Gauntlet, smaliziata formazione iberica che, nonostante un'intensa attività live trascorsa a promulgare il sacro verbo della fede metallica e ben quattro demo all'attivo pubblicate al ritmo di una ogni due anni, riesce soltando nell'appena trascorso anno solare a dare alle stampe quello che a tutti gli effetti è il primo full lenght album ufficiale dei nostri, facendo fede, com'è logico che sia, solo sui propri sforzi economici, e non solo, portando alla ribalta una manciata di metal song toste e potenti proprio come nella migliore delle tradizioni ispaniche degli ultimi anni.
Un sentiero sonoro ibrido ed irto quello intrapreso dai cinque madrileni in questione, quando, sul finire degli anni novanta, ben tre membri dell'odierna line up, abbandona la precedente band dei Licaon, formazione abbastanza conosciuta nei circuiti underground della capitale, decidendo di rimetersi in gioco e tentare una nuova avventura con un ensamble nuovo di zecca, non sapendo d'andare incontro ad una continua ricerca della stabilità interna dei propri ranghi, che porta la stessa line up a cambiare continuamente negli anni, fino al raggiungimento di una certa linearità che si concretizza proprio con la pubblicazione del disco preso da noi in esame per questa recensione.
Una rabbia repressa dunque che viene sviscerata sapientemente entro i solchi di queste tredci song dal forte appiglio ottantiano che ripercorrono quasi pedissequamente quanto fatto di buono da formazioni transoceaniche come Metal Church o Vicous Rumors, o dai padri/padrini Judas Priest, dal quale i nostri sembrano aver ereditato gran parte del proprio stile compositivo, anche perchè il genere portato alla ribalta dai cinque si abbevera con una certa sensibilità alla fonte dell'heavy metal più puro ed iconoclasta, attingendo qua e la anche da diverse riminiscenze di thash bay area naturalmente, per un risultato finale che, secondo un mio modesto parere, si può ritenere musicalmente valido su ogni fronte anche solo per il fatto che, facendo leva su di un cantato molto curato ed anglofono, i Gauntlet potrebbero benissimo assicurarsi le simpatie di molteplici metalheads anche nostrani.
Chitarre lancinanti, heavy riffing taglienti come lame di rasoio ed uno screamer sempre in grado d'infondere la giusta carica enfatica ad ogni singola traccia, ecco quale sembrano essere le qualità intrinseche di questo debutto ufficiale a titolo "Path of Nails", un platter che riporta formtemente in auge certe sonorità abbandonate anche dai maestri sopra menzionati, lanciando la priopria sfida al tanto vituperato metal moderno, con un imprescindibile recupero delle tradizioni metalliche della scorsa decade, tradizioni che s'insinuano metabolicamente su song d'impatto come nei metal anthem "Silver bullet", dotata di un ottimo chorus, o l'opening track "Jack the Ripper" immolata sull'altare del prete di giuda, nel power/thrash di "Crime reaper", song oscura e malefica al punto giusto, o nell'heavy metal  tout court dell'ipotetico singolo "Palestine" che si muove tra richiami band come i Dio e vecchi Scorpions.
Un platter che nonostante l'autoproduzione, gode di una resa sonora abbastanza professionale e competitiva sul livello qualitativo, al quale hanno preso parte come ospiti tutta una serie di personaggi legati alla scena moderna spagnola come la vocalist Patricia Taipa degli hard rockers Nexx  che prende parte nella romantica "Sea of tears", o la sempre eccellente Elisa C. Martin che presta le sue graffianti vocals al melodic speed metal di "Unchained" sconquassante song di matrice teutonico/anglosassone di sicuro fra gli highlist di tutto l'album.
Detto che il qui presente cd si completa di un'altro dischetto che comprende ben quattro estratti fra live e vido ufficiali, più una buona sezione multimediale, non mi resta che consigliarvi di fare un salto sul sito ufficiale dei Gaunlet dove potrete trovare qualche estratto di questo disco più tutte le informazioni relative all'acquisto del medesimo, per il resto come al solito "Path of Nails": buy or die.



Juicio de Dios - Al amanecer de los tiempos
Passione e didizione alla nobile causa dell'heavy metal più puro ed intransigente quella sposata dai valensiani Juicio de Dios, femal fronted band ispanica che sottopone all'attenzione del nostro giudizio il loro debut ep "Al amanacer de los tiempos", un gustosissimo six track cd pregno di ottimi spunti compositivi atti a risaltare il versante d'impostazione più classico della frangia legata a doppia mandata al filone del power metal melodico, genere naturalmente portato alla ribalta dal giovane combo oggetto della nostra recensione.
Un disco questo edito dalla piccola label "L'assaig records", giunto a coronare più che altro la dura gavetta sostenuta dalla band durante tutti questi lunghi anni passati per lo più nel cercare di assestare una line up finalmente competitiva su tutti i fronti, con la quale mettere a frutto le ottime idee a livello compositivo e a risanare la buona verve strumentale, elementi che, com'è lecito aspettarsi da una giovane band al suo esordio, non mancano di certo ai nostri cinque amici iberici.
Come avrete di certo capito, è proprio la presenza di una cantante dietro al microfono a caratterizzare, ed in modo non del tutto inusuale, la buona performance della band in questione, anche perchè l'imposatazione canora alquanto impeccabile della singer Juani Lorite, davvero buona la sua prestazione anche alle backing vocals, serve più che altro da spinta creativa ad una band che ha nella coppia di guitar player J.Miguel de la Torre/Rafael Such, degli ottimi rappresentanti, nonchè degli infaticabili riff maker di tutto rispetto, che si rendono abili sia a dettare i tempi al resto della band, che a caratterizzare le ripartenze durante le fasi meno coincitate del songwriting del gruppo in questione.
Ne scaturisce un impasto sonoro alquanto allettante vicino ora al power metal ora più classico ed asettico, ora più volutamente epico e suggestivo che conduce la band su ottimi sentieri compositivi non tanto distanti da quelli tracciati dai primi Dark Moor o dai redivivi Darna, ma anche dai nostri Power Symphony e ai White Skull dei primi dischi con Federica De Boni, anche perchè ascoltando brani del calibro dell'epicheggiante "La noche de Avalon", song contraddistinta da ritmi serrati e da uno splendido refrain, o il mid tempo metallico de "El vencedor", inframmezzata da intarsi melodici davvero azzeccati, la band sembra proprio all'altezza dei paragoni sopracitati, ed anche quando il suono del combo si fa più stucchevole e meno brillante, come nel caso della scontata "Condenado eternamente", i cinque riescono a tirare fuori dal cilindro il colpo ad effetto che gli assicura comunque la sufficenza piena.
Un buon debutto non c'è che dire, produzione e veste grafica d'altronde assicurano il giusto apporto ed un valore annesso che, naturalmente, non guasta mai ad una band che, come non negarlo, fa di tutto pur di mantenere alta la gradazione metallica delle sei tracce ivi contenute, certo che, con alle splle una buona label discografica e nelle mani di un'ottimo produttore, i nostri avrebbero la popssibilità di esprimersi al meglio delle proprie possibilità, non siete d'accordo?



Talesien - The Blind Carpenter
Una vera sorpresa questi sei guys dei Talesien, giovane band galiziana giunta al debutto con il qui recensito "The blind chapter" un album che, pur essendo un vero e proprio debutto ufficiale sulla lunga distanza, dopo un primo mini cd autoprodotto di qualche anno addietro a titolo "No Limits in Time", presenta già tutti i crismi del disco must nel suo genere che, nel suo piccolo, riesce a catalizzare l'attenzione degli addetti ai lavori più esigenti, grazie soprattutto alla bontà delle song ivi contenute, nonchè ad un songwraiting davvero ispirato, frutto dell'ottima coesione e della tecnica sfoggiata da questi giovani metaleros ispanici che, grazie anche all'aiuto alla co-produzione del disco da parte dell'esperto Jose Martinez Bonham (The Majestics) nonchè della masterizzazione ad oepra del chitarrista degli Avalanch Alberto Rionda, fornisce un quadro abbastanza esaudiente delle enormi potenzialità messe in campo dai nostri in quest'occasione.
Encomiabile dunque l'attitudine mostrata dalla band lungo undici avvincenti episodi in cui convergono in egual misura molteplici influenze derivanti sia dal versante più classico della musica heavy, power metal melodico in primis, che si mescolano sempre più soventemente e con un certo vigore artistico, a partiture più vicine ad un certo progressive metal pomposo e melodico che conferisce al suono dei nostri quell'eleganza e quella solennità che in alcuni frangenti riportano alla memoria le lezioni impartite in passato da band del calibro di Elegy, Conception o dai loro connazionali Piramide.
Ne scaturisce senza alcun dubbio un disco elegante e nel contempo anche molto raffinato in cui la ricerca quasi spasmodica per gli arrangiamenti sempre più sofisticati, e per una certa componente la melodia, a mio modo di vedere, mai fine a se stessa, riesce nella maggior parte delle occasioni a dare luogo ad affreschi musicali multicolori che hanno quel certo gusto e quella, perchè no, magniloquenza delle ambientazioni raffinate di un certo gotha musicale che riconduce sempre e comunque ad una ristretta cerchia di eletti.
Ago della bilancia di un disco di questa portata è senz'ombra di dubbio l'ottima performance fornitaci dal vocalist P. Javier García, uno di quei pochi cantanti oggi in circolazione in grado di fare davvero la differenza, coadiuvato comunque da una grande band artifice veramente di una prova maiuscola che arricchisce di contributi, senza lasciar intravedere neanche la più minima sbavatura, un lavoro già di per se perfetto che ha i suo culmini su episodi piùttosto riusciti come l'avvolgente opener "Dream Master", prog metal song che abbina estro e fantasia compositiva ad un'ottimo refrain e a partiture musicali davvero eccelse, la più quadrata e metallica "Even evil was an angel", la suadente e delicata "New horizon", song che mette i brividi lungo la schiena, o la magnifica "Delete to erase" martellante cavalcata power/prog metal song che rinfoltisce le trame di un disco da ascoltare tutto d'un fiato.
A completare il quadro complessivo di questo ottimo debutto, troviamo da una parte una confezione splendida e soddisfacente, un'elegante cartonato con booklet esaustivo, nonchè il video della già citata "Dream Master". Che dire di più, difficile trovare altri aggettivi se non quelli già precedentemente usati in altre occasioni, i Talesien son una grande band, e su questo non ci piove, il disco spacca di brutto e la produzione è quanto di più professionale si possa desiderare per un disco di debutto, perciò non mi resta che spingervi a contattare i nostri ed il loro management, anche perchè ve ne potreste seriamente pentire, e ho detto tutto.....
postato da: beppediana alle ore 18:20 | link | commenti
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giovedì, 05 ottobre 2006



Antiquus - Ramayana

Dopo un periodo di contatti serrati, molti dei quali conditi da minacce di varia natura, naturalmente scherzo, riusciamo finalmente a mettere le mani sul debut album dei canadesi Antiquus band assorta a vera promessa in campo classic metal grazie all’opera prima “Ramayana” un album che, sin dal titolo alquanto mistico ed affascinante, emana un forte potere evocativo e che, grazie anche al concept che si cela dietro a sei di queste dieci tracce, ha il potere di condurre l’ascoltatore da un scenario legato all’antica India, sino alle soglie di una civiltà futura dello ciber spazio, riuscendo naturalmente ad ammaliare ascolto dopo ascolto. Provenienti dall’hinterland di Vancouver, per quanto io ne sappia, questi Antiquus arrivano dal nulla direttamente al debut album, dopo aver trascorso ben due lunghi anni della loro carriera fra la stesura delle songs e la registrazione ed il mixing finale delle stesse, un lavoro che si è protratto per tanti mesi, ma che alla fine ha dato i risultati sperati, portando i nostri ad uscire dall’anonimato, proiettandoli ai vertici dell’underground metal scene, grazie ad uno stile compositivo alquanto complesso ed elaborato che verte su partiture progressive/epic metal condensate su di un tessuto sonoro a volte molto ostico, altre piuttosto melodico, che naturalmente lasciano il segno nell’ascoltatore senza perdersi in autocompiacimenti come accade sempre più spesso con band di questa portata . Un ensamble che fa della ricercatezza sonora il proprio credo e che si prodiga al meglio per risultare il più personale possibile, a volte anche troppo, erigendo architetture sonore alquanto composite contraddistinte da un cantato molto teatrale ad opera del menestrello Jesse White abile nel sottolineare sia i passaggi più esasperati e drammatici che quelli più enfatici ed evocati. Amore per il linguaggio, la storia e la cultura si celano dietro i solchi di “Ramayana” un album che, come detto poc’anzi, viene diviso in due parti ben distinte con la prima comprendente le quattro tracce iniziali, e la seconda che narra proprio del concept sopra illustrato e che mostra il alto più introspettivo e letteralmente progressivo dei nostri. Brutale, agressivo, melodico, veloce, originale sono solo alcuni degli aggettivi che vengono in mente ascoltando brani del calibro dell’opener “Empire rising”, solido mid tempo cadenzato molto classico nel suo incedere epico e fiero che riporta alla memoria gli Iced Earth più ispirati soprattutto per quel che concerne il guitar sound, o sella seguente “Changing” che presenta una struttura portante molto maideniana, ma che si apre a soluzioni atmosferiche ben più pesanti, influenzate da un certo thrash bay area style, ma se da una parte troviamo una compiacente “Taunun Bridge” sulla quale svettano i riffs serrati dell’accoppiata Trevor Leonard/Geoff Way, e che presenta delle disgressioni nettamente progressive fra echi di Fates Warning e primi Queensryche, dall’altra a chiudere la prima parte dell’album, ci pensa la lunga cavalcata “Battle of Eylau” che si districa per ben undici minuti di durata, disegnando variegati affreschi sonori intrisi di un humus ancora una volta oscuro e dannatamente metallico che ha in Iced Earth, Sanctuary e nei connazionali Eidolon le vere muse ispiratrici. Il concept “Ramayana – an epic in six parts” si apre sulle note di “Ayodoha”, praticamente un solo di sitar che ci accompagna ad “A beautiful stag” song che alterna un incipit acustico e delicato, a la Jethro Tull meets Yes per intenderci, ad un crescendo molto più hard rock oriented che esplonde in un refraind dal vago sapore a la Rainbow/Deep Purple con il buon Jesse White che si lancia sulle orme del semi dio Glenn Huges. Nel compleso i brani riusltano tutti avvincenti, cangianti ed arrangiati con cura, complice anche una sezione ritmica versatile ed efficace che spadroneggia lungo una “The Hunt”, brano che si apre su di un poderoso riff di matrice heavy/power a scandire i passaggi alterati di una band sempre più a suo agio su territori musicali sempre più intricati ed integranti e che rendere il proprio suono ancora più corposo e metallico, nonostante l’incedere delicato di “Hanyman” che deraglia quasi subito su binari technical power metal fra passaggi progressivi e distorsioni dagli accenti più classicheggianti, così che sia “Sri Lanka” che il gran finale “He know makes the universe scream” si snodano fra arpeggi inquietanti, ripetuti cambi di tempo, riff intricati ed esplosioni metalliche dal grande potere evocativo. Una album sicuramente da prendere ascoltare e riascoltare, sempre se avrete la fortuna di farlo vostro, intricato ed originale quanto basta che se non altro ci presenta un nuovo ed agguerrito combo sul quale fare affidamento per il futuro, statene certi!!!



Demon - Better the devil you know
Amo alla follia i Demon!! Ecco, mi sono tolto subito il dente malato, dichiarando la mia spassionata devozione nei confronti di questa piccola/grande realtà del panorama heavy europeo, anche perchè ho sempre reputato il buon Dave Hill come uno dei tanti talenti sottovalutati dalla critca, non dal pubblico, soprattutto quello teutonico, del vecchio contiente, un musicista che, piuttosto di prostituire la propria vena artistica in nome delle mode che cambiano, ha preferito riamnere sempre ai margini della notorietà e del riconoscimento di massa, pubblicando tutta una serie di album che, se presi singolarmente, riescono a raggiungere picchi qualitativi sorprendentemente alti, e non mi riferisco certamente ai suoi dischi più fortunati e conosciuti come il debutto "Night of the Demon" o l'altrettanto valido "The Unexpected Guest" di qualche anno più tardi.
Un vocalist che appartiene alla vecchia scuola, quella dei vari Kal Swan, David Byron, Brian Ross tanto per intenderci, capace di marchaire a fuoco ogni singolo brano con delle prestazioni davvero sentite che abbinano tecnica vocale e phatos, elementi che, dopo un quarto di secolo, riescono ancora a sorprendere e ad infondere la stessa carica emotiva come la prima volta, e se a tutto questo aggiungiamo un manipolo di musicisti tecnicamente di buona caratura artistica, si ottiene il quadro completo del nuovo "Better devil you know".
Un album questo, che arriva a ben due anni di distanza dal precedente "Spaced out Monkey", platter che, a detta di molti, ha raccolto meno di quanto non ci si aspettasse, vuoi per il suo suono tremendamente ancorato a divagazioni di natura progressive, vuoi anche per un songwriting piuttosto articolato e propenso a soluzioni più tecniche e meno viscrali, tant'è che tutti questi elementi hanno in qualche modo contribuito a tarpare le ali ad un disco che, a parer personale, meriterebbe una piccola riconsiderazione.
Ed è anche per quersto motivo che il nuovo arrivato recupera in parte il suono grezzo e se vogliamo frontale di dischi come "British standard approved" o del tellurico "Taking the world by storm", tentando in più frangenti di restituire parte della credibilità andata vana con la precedente uscita discografica dei nostri , recuperando strada facendo quel tipico hard rock tout court fatto di chitarre taglienti, chorus melodici, e partiture struemtnali di prim'ordine, elementi che da sempre distinguono i Demon dalle altre decinee decine di band clone oggii n circolazione.
Ben nove sono le composizioni che si fanno largo in questo ennesimo estenuante tour de force musicale, e che, per la maggior parte dei casi, ci rstituiscono in maniera quasi integra il classico suono della band britannica, dividendosi equamente fra fiammate heavy come nel caso della corrosiva "Warriors" o dell'altrettanto valida "Live again", molto più metallica la prima, dotata di un mood epico molto corposo la seconda, ballad dal forte retaggio malinconico come nel caso della splendida "Change", o piccole gemme che ci riportano indietro negli anni come la dinamitarda “Standing on the edge" ed "Obsession”, songs pervase da un tappeto chitarristico davvero amaliante, e da chorus splendidamente ammiccanti.
Questi sono i Demon classe cristallina al servizio di un apparato compositivo di tutto rispetto, tutto il resto non conta, credetemi..
"Better devil you know" by or die..
Beppe Diana
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domenica, 01 ottobre 2006



Warpig - Warpig
Si, ok proprio come una vecchia song dei Black Sabbath, attenti però a non farvi trarre in inganno. Già, anche se il monicker dei canadesi Warpig richiama alla memoria le gesta dei maestri inglesi del man in black per anonomasia Tony Iommi, quello che si cela dietro alle vicissitudini di questa storica band e del loro unico disco fin'ora pubblicato, affondono le loro radici nella fine degli anni sessanta, ovvero quando il cantante/chitarrista, di estrazione classica, Rick Donmoyer, decide di dare vita al primo nucleo della band, ispirandosi fortemente ai dettami delle formazioni europee che allora andavano per la maggiore, come i vari Deep Purple, Led Zeppelin ed Urriah Heep, con lo scopo comune di cercare di adattare lo spirito selvaggio e fortemente anticonvenzionale dell'hard rock primigenio di queste nuove leve, con la classe e la cura per gli arrangimenti provenienti proprio dalla musica classica e medievale, ne ltentativo di creare qualcosa di veramente unico e rivoluzionario come poi è stato veramente. E questo "Warpig", edito nel lontano 1971 dalla piccola label canadese London Records e diuvenuto una delle pietre miliari della scena nord americana dei primi seventies, altro non è che la prova tangibile di quel connubbio a cui facevamo riferimento poc'anzi, un disco che nel suo complesso abbraccia sia la carica dirompente ed istintiva del versante rock più duro e penetrante, cercando di renderlo maggiormente malleabile e fluido possiible, grazie soprattutto ai continui interventi dell'hammond dell'altro chitarrista Dana Snitch che, come facile intuire, rappresenta un vero e proprio trade mark per il suono della band canadese in questione. Quello che scaturisce da questo insistente tour de force musicale, è un disco pregno di riferimenti mediatici che riassumono al meglio le tentazioni artistiche di molte band dell'epoca e che, nelle sue limitazioni, riesce pur sempre a risultare credibile grazie alla sua  personale commistione di hard, beat, progressive e psicadelia allo stato puro, come ben evidenziato dalle continue fughe strumentali presenti su brani del calibro di "Advance in minor" e "U.X.I.B." di sicuro fra gli episodi più riusciti dell'intero disco. Ed allora poco importa se l'attacco di batteria così come il riff centrale di "Rock Star", è praticamente lo stesso di "Fireball" di chi sapete voi, o se il bridge di "Melody" è' la trasposizione fedele di quello di "Whola lotta woman", i Warpig piacciono proprio per questa loro timido e quasi ingenuo atto di plagio, prendere o lasciare, e chissà che cosa avrebbero potuto regalarci in tutti questi anni che hanno separato l'uscita di quest'album alla re-release targata Relapse records, se solo i quattro non avessero deciso di prendere ognuno la propria direzione artistica più appropriata? "Warpig" ovvero una fulgida testimonianza di una generazione musicale che fu e che può tornare ad essere...
Beppe Diana
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sabato, 30 settembre 2006




Epitaph - I Black Sabbath italiani

Come ricordato nella recensione dei grandiosi While Heaven Wept, negli ultimi anni stiamo assistendo ad un lento ma inesorabile ritorno in auge del movimento doom metal, con la conseguente nascita di web zine e fanzine specializzate, reunion di band resuscitate dall’oscurità dell’oblio, ed il susseguirsi di eventi e concerti vari come non si era visto prima. Ma se in nazioni a noi limitrofi come l’odiata/amata Germania, il doom ha sempre avuto un numero impressionante di estimatori e di cultori, che con il loro infinito amore sono riusciti a tenere viva la nera fiamma del metal oscuro per antonomasia, nella nostra piccola penisola, si è ritornato a parlare di doom metal, grazie soprattutto al duro lavoro di due giovani band dal grosso potenziale espressivo come i Doomsword e i Thunderstorm, epici ed evocativi i primi, più legati ai rigidi dettami del classico doom metal à la Trouble/Solitude Aeternus i secondi, ma comunque entrambi degni di essere annoverati fra i capisaldi nel nuovo movimento di rinascita del genere, grazie ad album come “Resound the horn” o “Sad symphony”, che per pathos e potere espressivo, hanno saputo dimostrare di essere competitivi su ogni fronte. Una rinascita che, personalmente, non può farmi che piacere, e che, involontariamente, mi ha spinto oltre quella soglia invalicabile della conoscenza abituale, mettendomi alla ricerca delle radici del doom italico, riscoprendo band di assoluto valore che rispondono al nome di Black Hole, All soul’s day, Sacrilege ed Epithaph. Per uno strano caso del destino, tutte le band da me citate, provengono dall’area veronese, una città che, nonostante la visione patinata che noi tutti abbiamo di “città degli innamorati”, ha da sempre covato fra i propri meandri, l’amore per l’ignoto e per il male inteso come espressione filosofica e musicale, amore che spesso e sfociato nella realizzazione di ottime espressioni musicali come nel caso dei grandiosi Epitaph. Di sicuro una delle migliori realtà italiane che il filone metallico del nostro paese ricordi, gli Epitaph si formano a Verona sul finire del 1987, grazie all’amicizia che legava il chitarrista/bassista Nicholas Murray (Nicola Murari) e il batterista Luther Gordon (Mauro Tollini), i quali insoddisfatti del loro status in seno ai già citati Black Hole, unito anche all’egocentrismo del loro leader Robert Measles (Roberto Morbioli), decidono di dare vita ad una nuova band che, partendo dalle reminiscenze gotiche e oscure della band madre, riuscisse in qualche modo ad incarnare in pieno il sound e l’attitudine musical/teatrale di band come Pentagramm, Wytchfinder General e Black Sabbath naturalmente, e per fare questo, chiamarono a se il bass player Andrea Picchi , ed il vocalist Giampiero Tomezzoli. Con una line-up così composta, l’esordio non tardò ad arrivare, infatti dopo qualche mese dalla formazione, nella primavera del 1988, la band incide il fondamentale demo “The lord of Evil”, cinque brani più intro, di atmosfere sulfuree e darkeggianti che non possono non ricordare le lezioni impartite dai maestri Death SS, Goblin (provate ad ascoltare l’intro malefica, e mi saprete dire, NdBeppe), Saint Vitus e tutto il movimento dark metal inglese con Quartz e High Tide in primis!! Brani dal forte sapore evocativo come “Necronomicon”, o la splendida “Epitaph”, danno solo una vaga idea delle potenzialità artistiche della band, potenzialità che esplodono letteralmente in brani dall’incedere sulfureo e cavernoso come “The night”, song degna del Sabba nero per antonomasia, ma soprattutto la title track “The lord of Evil” che chiama in causa direttamente gli Angel Witch del maestro Kevin Heybourn, grazie ad un chorus esplosivo, partiture chitarristiche davvero lisergiche e tappeti tastieristici degni del miglior Paul Chain. Con un track set di questa portata, il successo, seppur circoscritto alla sola Italia, non tarda ad arrivare, ma quando tutto sembra filare per il verso giusto, grazie anche ad un’intensa attività live, la band cambia ancora una volta fisionomia. Infatti, il chitarrista Mauro Tollini lascia la band per accasarsi presso i più quotati A.C.T.H., il bassista Andrea Picchi, forma una band a suo nome, così che le parti di basso passano nelle mani del vocalist Giampiero Tomezzoli, mentre entrano a fare parte degli Epitaph dapprima il chitarrista Massimo "Mackly" Dal Frà, già in forza ai power metallers Icy Steel, e in seguito il dotatissimo vocalist Fabio Fiocco. Pian piano la band riprende con vigore e decisione l’attività live, da segnalare la partecipazione ad eventi di grossa portata come il festival veronese “Rockestate” e il premio “Rugantino”, che se non altro aiutarono a consolidare la coesione con i nuovi acquisti. Ma dovremmo aspettare sino al 1992 per riascoltare un nuovo lavoro degli Epitaph. Infatti, in quell’anno i nostri danno vita ad un altro capitolo della loro storia discografica, pubblicando il mastodontico “Sacred and prohane”, un demo che mostra ancora una volta la crescita artistica del combo veronese. Si, anche perché il dark tout court ed ossiniaco del primo lavoro, ha lasciato spazio ad un doom metal molto più elaborato e strumentalmente arricchito dall’apporto dei nuovi elementi che marchiano in maniera indelebile il nuovo lavoro. Così, sin dalle note dell’opening track “Behind the mirror”, il chitarrista Mackly da piena dimostrazione della sua caratura tecnica, snocciolando un’insieme di riffs degni della vena compositiva di sua maestà Tony Iommi, innalzando un wall of sound davvero impenetrabile, mentre il vocalist Fabio Fiocco da par suo, con la sua carica espressiva innata, ed un’ugola al vetriolo che ricorda molto quella del miglior Sean Harris dei mai dimenticati Diamond Head, incanta, dando vita visioni inquietanti e orrori quotidiani. “Out of nightmare” si apre con un bel arpeggio di chitarra, per poi sfociare in uno slow doom metallico davvero degno di nota, che lascia spazio alla splendida “Wiched lady”, di sicuro il brano più riuscito del lotto, che fra reminiscenze di power metal e partiture più easy, si staglia in testa sino a rosicchiarti il cervello cellula dopo cellula. Così, tocca alla title track “Sacred and prophane”, che ci restituisce ai nostri il dark sound degli albori, chiudere un lavoro che in molti ricorderanno come uno dei migliori mai partoriti dalle nostre parti. Una musica rarefatta e sospesa, tetra ed arcana allo stesso tempo, questo il marchio di fabbrica che gli Epitaph coniarono con le proprie composizioni, dando ancora una volta prova di essere una delle migliori metal band italiane di sempre, e le innumerevoli apparizioni live al fianco dei vari X-Hero, Dark Age e Mortuary Cell, lo dimostrarono in pieno. Intanto nasce anche un’associazione, chiamata Riflessi sonori, e gestita dal fratello del vocalist, ovvero Gino Fiocco, per supportare le iniziative della band nella sua crescita artistica sfociata ancora una volta nella realizzazione di un ennesimo demo dal titolo alquanto emblematico di “Mental Walls”, una sorte di viaggio all’interno della psiche umana, che già dalla copertina così tetra ed ambigua, raffigurante un bimbo in lacrime, lasciava poco spazio all’immaginazione. Sicuramente, ci troviamo di fronte al lavoro più completo mai partorito dai nostri, in cui la band, in continua evoluzione artistica, da prova della sua classe ed esperienza, e dove il doom ed il classic metal, nell’eccezione più pura della parola, trovano il loro connubio migliore, il tutto esaltato da una produzione davvero stupefacente e da un trittico di brani davvero esplosivi. Così, per dimostrare l’avvenuta crescita artistica, la band stavolta pone come brano d’apertura, addirittura una suite di 12 minuti, un compendio di estasi sonora, fra parti rallentate, momenti più heavy, e porzioni di musica etnica, grande il solo di sitar posto in apertura che rende la suite ancora più oscura e misteriosa, con la prima parte “The loser one” molto più cadenzata e di classico stampo doomy, alla quale fa da contr’altare il ritmo forsennato di “Crystal minds”, contraddistinto dall’eccelso lavoro dietro ai tamburi del leader Mauro Tollini, insomma una song da ascoltare… “The battle of inside”, molto cupa e tenebrosa è una dark song sino al midollo, contraddistinta da riffs pachidermici, veri mammoth sonori, sui quali si staglia un cantato evocativo capace di disegnare arcane liturgie e visioni espressive ed inquietanti degne del miglior Tony Hill (High Tide, NdBeppe), mentre “S.I.N.S”, molto più catchy ed orecchiabile, è la classica riproposizione dei dettami impartiti dai maestri Mercy, Nemesis e Candlemass , quelli di “Solitude” tanto per intenderci, brano che nella sua interezza rappresentava al meglio il lato melodico espresso dai nostri, e che gli permise di partecipare al primo volume della compilation Area Sismica in compagnia di band come X-Hero, Wartrains, White Skull e altri. Senz’ombra di dubbio, il 1994 fù l’anno di maggior splendore per la band, che dopo “Area Sismica2, firmano una sorta di contratto di management con la “AM song” di Mirko Galliazzo (ex vocalist degli X-Hero), che li mette in contatto con la nascente label ligure Underground Symphony, alla quale cedono la splendida “Beyond the mirror” per il primo, ed unico, volume delle compilation marchiate U.S. I contatti così come i concerti raddoppiano, e pare che dei nastri degli Epitaph arrivino addirittura in a Berlino, città dove ha sede all’epoca la celebre Hellbound records etichetta specializzata in dark e doom metal, e quando tutto sembra filare per il verso giusto, dissidi interni e cambi di formazione repentini, mettono la parola fine al progetto Epitaph. Il solito vocalist Fabio Fiocco, si riproporrà, ma ad un pubblico differente e con ambizioni diverse, prima con i Terra Madre, e poi come solista e cantautore di musica pop. Così, gli Epitaph ci lasciano tre splendide demo condite da quindici gemme di musica dark, un vuoto immenso ed incommensurabile, e quell’amaro in bocca del poteva essere, e non è stato... Ai posteri l’ardua sentenza...
Beppe Diana

Demografia
1988 "The lord of evil" (demo)
1992 "Sacred and profane" (demo)
1994 "Mental walls" (demo)
1994 "Beyond the mirror" (Underground Symphony compilation)
1995 "S.ins" (nella compil.Cd Area Sismica vol.1)
postato da: beppediana alle ore 14:26 | link | commenti (3)
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World Below - Sacrifice To The Moon

“Un soffio di vento gelido m’ avvolge l’ anima, mentre le tenebre della notte cominciano a fare capolino sul mio capezzale, l’ oscurità regna suprema e già avverto la puzza di zolfo che si espande nell’ aere, mentre da lontano una nenia sempre più insistente, mi annuncia l’ avvento delle armate oscure della Doom Symphony...”
Si, che il doom metal fosse un genere in netta ripresa, lo avevamo di già constatato e ribadito più volte negli ultimi tempi, ma che tutto questo fervore underground potesse addirittura portare alla nascita di una label discografica tutta italiana completamente devota anima e corpo al genere musicale sopraccitato, beh questo no me lo aspettavo proprio. Ed invece, dopo le sporadiche notizie di corridoio trapelate negli ultimi mesi, ed un’estenuante attesa protrattasi per qualche mese, quella che fino a qualche tempo fa poteva sembrare una vera e propria cattedrale nel deserto, ha invece cominciato a dare i primi segni di vita, manifestando, sin da questa sua prima pubblicazione su dischetto ottico, tutta le sue qualità intrinseche, e se tanto mi da tanto…. Non poteva che arrivare dalle glaciali lande della lontana Svezia, la prima band messa sotto contratto dalla nostrana Doom Symphony, già, una nazione da sempre avvezza a un certo tipo di sonorità oscure e plumbee, basti pensare ai maestri Candlemass o ai geniali Count Raven, o agli stessi Memento Mori e Zoic, band nate proprio da una costola transfuga della stessa candelora, per farsi un’idea della qualità degli acts provenienti da quelle parti, formazioni alle quali si aggiungono i qui recensiti World Below a continuare con fierezza e sagacia questa lunga ed avvincente tradizione. Nati sul finire dello scorso decennio come una one man band, grazie al volere del giovane chitarrista Jonas Kjellgren, già membro dei death metallers Carnal Forge e Centinex, i World Below pubblicano nello stesso anno un primo demo, 'Beyond the sun', che comincia a far circolare, con una certa insistenza, il nome della band in ambito puramente underground. Infatti, sono proprio gli ottimi riscontri ottenuti dallo stesso prodotto a spingere il buon Jonas a concentrarsi interamente su questo progetto, tanto che seguono ben tre lunghi anni di assoluto silenzio artistico, fin quando, trovati gli ideali compagni di avventura nelle persone del bassista/cantante Mikael Danielsson (ex-Sideburners) e del batterista Stefan Westerberg (attualmente nei Carnal Forge, ed ex-Steel Attack), il nostro riesce a portare a termine la produzione di un full lenght album dal titolo alquanto emblematico di “Sacrifice to the moon”. Oscuro ed a tratti dannatamente spettrale, quest’opera di debutto, presenta già da subito i tratti somatici insiti nel DNA di band storiche del genere, l’artwork della stessa copertina sembra quasi richiamare quella di “King of the kings” dei californiani Tyrant, mentre la formazione a tre mi ha più volte ricordato quella degli Obsessed del maestro Wino, ma nonostante tutti questi accostamenti, l’album preso in esame per l’occasione, pur inserito in un contesto doom metal come dicevamo, cerca di sfuggire alle facile classificazioni presentando un songwriting abbastanza elaborato che si districa con abilità fra partiture lisergiche di chitarra, passaggi più dilatati che si mischiano ad attimi puramente psicadelici, alle quali si aggiunge qua e la una sana componente folk presa in prestito direttamente dalla ricca tradizione musicale svedese. Profondo, celebrale ed evocativo come solo il doom sa essere, “Sacrifice to the moon” è un viaggio ipnotico di otto tappe, che aiuta sicuramente ad esorcizzare tutte le proprie paure e le angosce più represse, aprendo altresì nuovi orizzonti sonori permeati da un profondo senso di longeva pacatezza retro-doom, sulla quale, mattone dopo mattone, strofa dopo strofa, si erige un wall of sound snervante e straziante allo stesso tempo, figlio legittimo del retaggio sabbatico dei maestri cerimonieri di Birmingham, e se a queste componenti si aggiunge pure la sviscerata attitudine pagana di cui le lyrics del disco si fregiano, il gioco è bello che fatto. Già, brani come la devastante “Ancient rites of black cult” coi suoi nove minuti di pura estasi sonora pervasa da allucinanti deflagrazioni in pieno stile Saint Vitus, o la più originale “Gathering in the forest”, slow doom song che si muove fra continui richiami a band seminali come Pentagram e Witchfind General, con un break centrale acustico davvero ad effetto, ne sono la più lampante testimonianza, ed il loro incedere sinistro e minaccioso pervaso da quell’alone occulto, ne amplifica maggiormente la portata. Ma non è finita qui, anche perché se da una parte l’ipnotica “Vengeance” e la più ritmata “A forgotten civilisation”, dei classici brani ultra rallentati sullo stile di Catthedral e Solitude Aeternus, rappresentano il lato più classico dei nostri, dall’altra ci pensa la complessa “Blood of draculic” a ridestare il giusto interesse nei confronti dei World Below, grazie alle sue digressioni space/folk a la Skyclad meets Hawkwind, fin quando un delicato arpeggio di mandolino non ci trasporta all’interno di un malsano vortice cremisi che vomita autentiche efferatezze musicali che trovano il loro giusto adattamento sulle note della deviata title track “Sacrifice to the moon” . Detto che il cd è sormontato da una splendida confezione in digibook, con un lavoro d’artwork volutamente minimale ed adatto al genere proposto dai nostri, non mi resta che consigliarvi caldamente l’ascolto di questo splendido platter, e se pensate che doom metal voglia per forza di cose significare staticità ed inerzia, sono sicuro che i World Below possano seriamente farvi ricredere!!!!
Beppe Diana



While Heaven Wept - Of Empires Forlorn

E si, sembra proprio che il doom metal stia rivivendo una seconda giovinezza , dopo il boom fatto registrare agli inizi degli anni novanta, quando la coraggiosissima label berlinese Hellbound records, riusciva sistematicamente a immettere sul mercato musicale, tutta una serie di dischi, divenuti oramai oggetto di puro collezionismo, e a consacrare alla storia band di assoluto valore come nel caso degli americani Saint Vitus e Obsessed, o degli svedesi Count Raven, i quali hanno a sua volta hanno aiutato a procreare tutta una stirpe di fedelissimi prosecutori come nel caso dei gods Cathedral, i magnifici Solitude Aeternus, gli italianissimi Thunderstorm e i qui recensiti While Heaven Wept. Assorti alle cronache metalliche grazie ad una serie di singoli e 12” totalmente auto finanziati, e raccolti per la prima volta su un’elegante doppio vinile a titolo "Chapter One: 1989-1999", pubblicato lo scorso anno dalla label germanica Metal Supremacy, la band guidata dal cantante/chitarrista Tom Philips, ex mentore dei Twisted Tower Dire, oggi in forza ai progsters Brave, riesce nell’intento di donarci nuovamente una sana lezione di classe sopraffina che, congiunta alla grandezza di un album, che definire straordinario, sembra quasi un’eufemismo, danno un’idea ben che minima di ciò che potrete trovare quando vi accingerete all’ascolto di questo “Of Empires Forlorn”. Un album che, pur basandosi su una serie di brani scritti e arrangiati nel corso di 12 anni di storia della band, sia a livello qualitativo che compositivo, ha tutte le carte in regola per diventare una pietra miliare del genere, e che di conseguenza rischia seriamente di raccogliere proseliti anche fra chi non è avvezzo a certe sonorità. Infatti, la genialità dei nostri, è quella di saper far convivere nelle proprie composizioni, la pomposità e la magniloquenza dei Saviour Machine, dai quali ereditano anche l’aspetto teatrale nonché quel certo tono drammatico in possesso della band del maestro Eric Clayton, le epiche e suggestive ambientazioni degne dei Candlemass di “Nightfall”, che comunque rappresentano ben più di una semplice fonte d’ispirazione, e il gusto melodico per le atmosfere catchy e di facile presa, degne dei maestri Warlord, alle quali si aggiungono via via delle contaminazioni folk a la Falconer, e che fanno di questo platter un capolavoro assoluto!!! Un lavoro completo sotto ogni punto di vista dunque, e che, pur conservando uno status primario di immensa enfasi e magniloquenza, a volte può risultare anche dannatamente ostico, anche per via dei toni smorzati e delle atmosfere pacate e sognanti presenti in queste suadenti e malinconiche tracce, guidate dai dolci lamenti del bravo Tom Philips, vero perno portante dell’intero lavoro, ottimo compendio fra il miglior Steve Walsh (Kansas) e il Messiah Marcolin più ispirato. Ogni singola nota, ogni atmosfera creata, viene giocata in funzione dell’impatto emotivo delle singole tracce, come nel caso della splendida opener “The drowning years”, classico esempio di epic doom sontuoso, in cui lo spirito della “Candelora” aleggia sinistro, e che richiama alla mente capolavori del calibro di "Soulsadness" o "Sorrow of the Angels" firmati dall’asso Leif Edling, o della successiva title track, solenne manifesto musicale di arte e cultura nordica, capace di far accapponare la pelle nota dopo nota. Ma non è tutto, anche perché il meglio deve ancora arrivare, infatti secondo un mio modesto parere, i While Heaven Wept danno il meglio di se rileggendo in chiave doom due brani apparentemente all’antitesi l’uno dall’altro, ovvero la celebre “Voice in the wind”, piccolo hit degli anni settanta ad opera dei misconosciuti romantic-rocker teutonici Jane artefici del piccolo gioiello “Between heaven and hell”, nonché un tipico canto popolare svedese intitolato semplicemente “Epistole n° 81”, e che chiama in causa ancora una volta Marcolin e soci. Non so che dirvi, beh, se amate alla follia le band sopraccitate, e siete alla ricerca di qualcosa di veramente emozionante ed intenso, questo disco potrebbe davvero fare al caso vostro, cercatelo ne vale veramente la pena.
“Of Empires Forlorn”, soldi spesi bene!!!
Beppe Diana
postato da: beppediana alle ore 14:19 | link | commenti
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Jaguar - Run Ragged

“Dove gli artisti hanno voce”, ecco lo slogan di cui si fregia la Angel Air records, attivissima label inglese abile a restituire porzioni di celebrità a band dal glorioso passato, oramai dimenticate, e che senza il proprio apporto quasi sicuramente non avrebbero avuto più chance per mostrare all’audience metallica odierna la propria indole battagliera e lo stato di salute di cui godono. Se in passato a godere delle attenzioni della label inglese sono stati artisti come i Son of a Bitch, Bernie Tormè e Paul Dawson, personaggi carismatici di cui tutti noi ci eravamo dimenticati in maniera un po’ troppo frettolosa, questa volta a giovarsi di questa sorte di trattamento di rigenerazione, vengono sottoposti addirittura i leggendari Jaguar. Formatisi a Bristol nel lontano 1979, band di punta del movimento della NWOBHM, i Jaguar sono stati autrori di due splendidi platter, fra i quali mi preme ricordare il fondamentale “Power Games”, ritornando sulle scene qualche anno fa con il mediocre “Wake me” su etichetta Neat metal, un album che, se dal lato puramente artistico non destava il minimo sussulto, facendo anzi aumentare pure qualche rimpianto, dall’altra parte ci restituiva un combo che, se avesse saputo osare un tantino in più, avrebbe di certo colpito nel segno, e alla fine così è stato. Già, il caro vecchio Gerry Papperd, chitarrista/fondatore nonché unico mentore del quartetto, ha capito la lezione, così facendo cerchio attorno al vocalist Jamie Manton, vero mattatore dell’intero disco, cambia le carte in tavola, e con l’allontanamento della vecchia sezione ritmica, in favore della nuova coppia Darren Furze/Nathan Cox, rispettivamente bassista e batterista , cerca di restituire alla band quell’apporto che in un passato recente, gli era venuto a mancare. Infatti, la nuova coppia di musicisti, oltre a portare nuova linfa vitale a livello compositivo, dona ai Jaguar quella marcia in più, facendo in modo che il nuovo platter segni un ritorno naturale al sound delle origini, all’heavy metal senza tanti fronzoli e tecnicismi di sorta, arcigno, potente, terremotate e fottutamente “in your face”. Ma è innegabile che gran parte della riuscita dell’intero disco, è anche merito del producer Paul Dowens, che dall’alto della sua esperienza, riesce a donaree ai brani quel taglio tipicamente eighties affossando così qualsiasi modernità di sorta. In un mosaico che comincia a prendere forma tassello dopo tassello, naturalmente la vera parte del leone è ad appannaggio dello stesso Garry Papperd e della sua chitarra che si ritagliano una parte di primo piano, snocciolando una manciata di riff devoti al più scatenato pogo di massa e all’headbanding sfrenato. I quattro ci mettono l’anima sputando sangue e rabbia ad ogni solco, come se questa fosse l’ultima volta, facendo di “Run ragged” un sorta di testamento musicale da tramandare ai posteri. Quaranta minuti di massacro collettivo con un wall of sound da fare invidia ai Motorhead più arzilli, fra voci lancianti, partitura al limite dello speed e una sezione ritmica che spacca, tritura, macina come un katerpillar tutto ciò che gli si dipana davanti!!! Sono esausto, inebriato, sconvolto e stravolto da un uragano inglese capitanato da un vecchietto che non ne vuole sapere di andare in pensione, cazzo ma lo volete capire o no che questo disco lo dovete fare vostro a tutti i costi??? Raga, ci siamo un’altra volta “la storia chiama, fatevi trovare pronti, mi raccomando” !!!
Beppe Diana



Quartz - Satan's Serenade (The anthology)
Continua imperterrita l’opera di recupero del patrimonio musicale legato al movimento della New Wave britannica, e così fra le miriadi di cd ufficiali ed ufficiosi, svettano naturalmente i magnifici cd antologici della superpotenza discografica Sanctuary records che, grazie all’operato di uno dei suoi direttori artistici più celebri come l’eroe Jeff Cox, dopo aver riesumato gran parte del catalogo legato a band seminali come Blitzkrieg, Avenger, Tysondog, Fist, Hellanbach, Girl ecc.., si incarica nuovamente di riportare in auge il nome e l’operato di una di quelle band, a torto considerati minori, come nel caso dei qui recensiti Quartz. Fondamentali, ecco come mi piacerebbe che qualcuno si ricordasse di questo solido quintetto inglese guidato dall’abile, quanto sfortunato, chitarrista Mike Hopkins, già on the road dai primi anni settanta con i rockers Idle Race, se non la prima, sicuramente una delle prime band della New Wave Of British Heavy Metal ad incidere un disco di roboante metallo incandescente, e a spianare la strada alle generazioni di musicisti che ne seguirono le orme. Pionieri del tanto osannato dark sound, genere portato successivamente al successo da band più “blasonate” come Angel Witch, Witchfynder General e Witchfynd, i Quartz, con base operativa nella nebbiosa Birmingham, città natale dei Black Sabbath, band con la quale i nostri intrecciarono ben più un semplice rapporto di profonda amicizia e stima reciproca, non incontrando mai, o quasi, gli stessi consensi riscossi dai loro concittadini, ma non tanto perché non ne avevano le qualità e dunque le potenzialità, anzi, ma soprattutto per un concatenarsi di avvenimenti e prese di posizione davvero discutibili, che, com’è logico, ne decretarono anticipatamente l’esistenza vitale. Ed è anche per questo che i Quartz saranno certamente ricordati, dai quei pochi seguaci, come la prima band ad aver ospitato fra le sue fila il tastierista Geoff Nichols, musicista vissuto a lungo nell’ombra del Sabba Nero per antonomasia, che per meriti propri, ma è bene ribadire una volta per tutta che, anche se artefici di tre soli splendidi dischi da studio, ed una manciata di singoli davvero eccellenti, i nostri avrebbero meritato certamente di più di un semplice riconoscimento ad honorem, e questo grazie ad un ampio repertorio pregno di brani dall’alto tasso qualitativo, e ad uno stile compositivo che, anche se derivativo, risultava essere sempre all’altezza delle aspettative. “Satan’s Serenade” questo il titolo scelto per questa raccolta antologica, titolo anche di un loro celebre singolo, consta di ben due dischetti che raccolgono nel primo cd il debut album della band datato 1977, ovvero l’omonimo “Quartz” o “Deleted” come lo conoscono in America, al quale si aggiungono tutti i singoli e B-sides del primo periodo dei nostri, mentre nel secondo cd, trovia spazio l’album dal vivo del 1979 offertoci addirittura in versione integrale (ne era uscito una versione sette anni or sono, con copertina diversa e cinque brani in meno ad opera della Neat, NdBeppe). L’omonimo “Quartz”, uscito all’epoca per la Jet records, di proprietà del suocero dell’istrionico Ozzy Osbourne, fu prodotto addirittura dal man in black Tony Iommi che, naturalmente, riuscì a donare alle composizioni dei nostri quel suono così metallico ed intransigente, tanto da risultare il vero asso nella manica dell’intero disco, si, anche perché ascoltando brani della caratura dell’athletic hard rock della suadente “Street fighting lady”, oppure lo slow metallico ed oscuro dell’opener “Mainline Riders”, dotato di un chorus davvero spettacolare, si ha come l’impressione di trovarci di fronte ad una versione più easy e rivista degli stessi Sabbath, ma quando le atmosfere ammalianti della splendida “Sugar rain” incominciano ad diffondersi, non si può non rimanere abbagliati da cotanta maestria, un brano che all’heavy metal sabbatico di base, innesta delle partiture di hard rock progressivo derivativo di band come Gentle Giant, Jethro Tull e Black Widow, per un risultato finale veramente sbalorditivo. E se il rifforama pachidermico che caratterizza l’incedere indemoniato di “Devil’s brew”, contornato da uno splendido tappeto tastieristico, che non può che riportarci alla mente un coacervo sonoro fra le partiture delle celebri “N.I.B” e “War pigs”, è ancora l’heavy rock di “Around and around” a tenere viva l’attenzione, grazie alle sue influenze fra Zeppelin ed Urriah Heep ed un cantato evocativo che non può riportare alla mente il miglior David Byron. La sfilza di bonus track includono oltre alla già citata “Satan’s Serenade”, spettacolare classic metal cadenzato e corroborante, con ai cori lo stesso Ozzy che soleva riproporla dal vivo nel primo periodo dopo la sua fuoriuscita dal gruppo madre, l’heavy rock di “Wildfire” e gli inediti, mai apparsi su album, come “Can’t say no”, “Can’t let go” e la beatlesiana “Circles”. Il secondo cd come detto, presenta il live album dei nostri, registrato durante le tappe di supporto ai Black Sabbath del tour di “Sabbath bloody Sabbath”, registratro in modo abbastanza professionale, presenta oltre ai brani facenti parte dell’album omonimo, anche delle fantastiche cover come nel caso di “Roll over Beethoven” di Chuck Berry, “Good Times” degli australiani Easybeats del duo Vanda/Young, ovvero i primi produttori degli Ac/Dc, oltre alla splendida ballata dei Mountain “Nantucket sleighride” resa ancora più intensa da un solo armonico davvero elettrizzante, ad opera di un mai domo Mike Hopkins. Dopo quest’album, i Quartz firmarono un deal con la Neat records, allora distribuita dalla MCA, che rilasciò il controverso, ma per me fondamentale, “Stand up and fight”, un disco che segnò un cambio di stile ben determinante, adagiandosi su di un robusto quanto melodico heavy rock di matrice americana, al quale mancava naturalmente l’apporto offerto in fase compositiva del geniale tastierista Geoff Nichols, che aveva lasciato i nostri in favore dei più quotati Black Sabbath, per farvi ritorno sul timido “Aganist all odds” edito dalla Heavy Metal Records/FM revolver che naturalmente sanciva la parola fine nella storia di questa splendida realtà del panorama metal inglese dei primi anni ottanta. Cosa poter aggiungere di più, beh, se vi piace la New Wave britannica, o se solamente state cercando qualcosa di molto datato, avrete la possibilità di acquistare due cd al prezzo di uno, entrando a conoscenza di una delle migliori band dell’epoca, occasione più che ghiotta, che dite?
Beppe Diana



Soldier - Infantrycide

Per la serie “ a volte ritornano”, salutiamo con immenso piacere il come back discografico degli albionici Soldier autentica incarnazione dello status di cult band con un passato tanto trionfale quanto sfortunato. Assorti alle cronache come una delle migliori band del rooster dell’allora super attiva Heavy Metal records, i nostri sono riusciti a lasciare qualche sparuta testimonianza artistica della loro esistenza in seno al movimento denominato poi new wave of british heavy metal, pubblicando il brano “Strom of Steel”, che apparve sulla compilation “HM heroes vol.1” e il 7” “Sheralee/Frorce”, oggi autentico pezzo da collezione, per poi scomparire inghiottita nelle tenebre del buio più assoluto. Eppure all’epoca, era il 1983, si vociferava di un possibile disco per questo quartetto dello Northamptonshire, ma quando le registrazioni dello stesso furono concluse, il boss della HM records Paul Birtch, si disse poco soddisfatto del nuovo materiale, e rescisse il contratto con la band che nel giro di qualche mese si sgretolò pian piano. Oggi invece, i Soldier si ripresentano al grande pubblico in formazione originale, e con un ep di quattro brani risalenti all’epoca della registrazione di cui sopra, mantenendo addirittura il titolo di quello che doveva essere il loro album di debutto, ovvero ”Infrantrycide”. Beh, ascoltando attentamente fra i solchi di questo mini, si nota come lo stile dei Soldier per fortuna sia rimasto inalterato non subendo l’usura del tempo o l’influenza di trend modernisti, incarnando quelli che erano i canoni stilistici di molte heavy metal band del passato, ovvero grinta, passione e tanta tanta melodia caratterizzata da fraseggi chitarristici che il più delle volte sfociano in assoli dal gusto vagamente retrò ma che senz’altro aiutano a rinverdire la passione per band del calibro di Samson, Gaskin, Mammoth e Atomkraft. L’opening “Infrantrycide” che altri non è che la title track, si apre con un inciso di chitarra che sembra la riproposizione di “Satana is free” degli Dragonslayer (altra sfortunata band del periodo NWOBHM, NdBeppe), un brano molto catchy dominato dalle vocals del mai domo Gary Phillips, davvero uno screamer di razza, che si ripete sulla seguente “Come on down”, che con il suo incedere quasi ipnotico e cantilenante, potrebbe benissimo comparire nel songbook dei Battlezone di Paul Di’anno. “Silver screen teaser” è un coacervo di sonorità che hanno il loro compendio nell’athletic rock dei Raven, e l’hard rock “in your face” di Tank e Rogue Male, mentre a chiudere il dischetto in questione ci pensa la darkeggiante “Paradox” memore delle lesioni impartite da maestri del calibro di Amgel Witch e Quartz. Che dire, aspettando il tanto atteso debutto sulla lunga distanza, non mi rimane che constatare l’ottimo stato di salute in cui versa una vecchia gloria come i Soldier.
p.s chissà come suona la new versione della guizzante “Sheralee”? Mah, staremo a vedere!!!
Beppe Diana
postato da: beppediana alle ore 14:14 | link | commenti
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