US Power Metal Scene

Autmn's End - Omonimo
In tempi non tanto lontani una delle credenze di chi si accingeva a recensire un disco di una band al debutto, era quella di valutare, seppur in maniera approssimativa, l'operato di un ensamble, conoscendo magari soltando l'area di provenienza che, il più delle volte, rappresentava, per i musicisti presi sotto esame, una specie di pedigree. Così, se San Francisco e New York erano famose per il thrash metal, e Los Angeles per il glam e l'hard rock, la metal area su cui si erigevano le forti mura di Phoenix (Arizona), ha sempre visto il prolificarsi di ottime rappresentanze metalliche provenienti dalle più disparate ramificazioni dell'heavy music, una schiera nutrita di formazioni che, chi con più o meno fortuna, ha cercato d'imporsi all'attenzione dei media con proposte artistiche sempre di un certo spessore ed autenticità artistica, come nel caso degli eroi minori Sacred Reich band che, con una manciata di album all'attivo, era riuscita a costituirsi una solida posizione all'interno dell'establishment della scena hard'n'heavy dell'epoca.
Ed è proprio alla mitica band del buon Phil Rind che i qui recensiti Autumn's End si ispirano profondamente, non solo perchè provenienti dalla stessa area musicale, ma anche perchè il genere musicale propostoci da questi quattro brutti ceffi statunitensi, altri non è che quel thrash metal sporco, grezzo e minimale, pieno zeppo di clichè e di ambientazioni sonore già trite e ritrite, ma nel contempo cadenzato, ottimamente strutturato, semplice, lineare, arricchito da parti cantate veramente sprezzanti e mascoline ripartite equamente fra clean vocals e screaming violenti ed opulenti che tanta fama e fortuna aveva apportato alla band di cui sopra.
Un thrash metal stantio e minimale dunque? Niente di tutto questo, anche perchè, se è pur vero che l'ossatura principale di queste undici song rimane pur sempre il tanto vitupirato thrash, è pur vero che questi viene nel contempo arricchito da partiture più complesse, e nel contempo irriverenti, che sfociano pur sempre nel crossover puro e sistematico di band minori, forse troppo sottovalutate, come i geniali Corrosion of Conformity, disegnando un agglomerato ritmico, sempre e comunque al centro dell'operato della band che, nel suo piccolo, sfoggia una certa dimistichezza nell'inanellare tutta una serie azzeccata di intrecci musicali molto affascinanti e dal vago retrogusto noir, come nel caso della lisergica "Chaos within" giocata fra richiami chiaroscuri ai Sabbath prima maniera, e a tutta quella corrente thrash metal eighties style, Testament ed Overkill in primis, grazie ad un riffing mellifluo ed autoctono, ed impennate heavy/dark degne dei migliori Mercyful Fate, o come nel caso dell'ottima "Age of reason", song dove la componente più oscura della band riesce addirittura a prendere il sopravvento, integrando un tappeto metallico davvero ruvido e tagliente, inframezzato nel contempo dalle sfuriate metalliche partorite dalla coppia di chitarristi Chris Cannella/ Anthony De Jesus, autenti trascinatori della band americana in questione.
Ed è proprio questo alternarsi di parti tirate ed aperture volutamente melodiche, che in qualche modo caratterizza l'operato degli Autumn's End che, in manira quasi spontanea, riescono con gusto ed intelligenza a missare, e smussare, partiture musicali solitamente equidistanti fra loro, ma che, nel contempo, riescono a convivere attorno ad un'unico tessuto sonoro, edificando un caratteristico stile compositivo molto affasciante che ha nell'attacco thrash/core di "Bleed my name", up tempo che si divide fra riminiscenze di Sacred Reich e spruzzate a la Gang Green, o nel metal tout court di "Darkness of words", i propri cardini princiapli.
A Lower Deep - Omonimo
Continuiamo il nostro personale escursus all'interno della scena undergound americana, andando alla scoperta di una nuova e solida realtà in campo US metal, facendo conoscenza con una delle formazioni più promettenti del lotto, ovvero gli A Lower Deep, band che giunge con il qui recensito "Trinity", a varcare la soglia del secondo album autoprodotto ad appena un anno di distanza dal pur ottimo debutto discografico “Parable Of The Thorn”.
Provenienti dal profondo sud del continente nordamericano, più precisamente dallo stato dell'Alabama, gli A Lower Deep sono senz'ombra di dubbio una delle band più prolifiche oggi in circolazione sul territorio yeankee, avendo dato alla luce, in appena tre anni di ininterrotta attività, la bellezza di ben due dischi ed un full lenght demo, pubblicazioni portate a termine nonostante le difficoltà di una formazione non ancora definita, che comunque può pur sempre contare sull'apporto di tre elementi che formano da sempre l'ossatura della band in questione.
Melodic thrash metal, ecco come loro stessi amano definire la propria proposta musicale, una definzione che, ascoltando bene il cd in questione, sembra quasi stargli un tantino stretta, anche perchè il melange sonoro da cui i nostri sembrano trarre fortemente ispirazione, prende spunto sia dal thrash metal tipicamente trascendente da diramazioni bay area, ma anche da partiture più canonicamente progressive, nonchè da quel certo classic metal americano oscuro ed articolato, quello insomma dei primi Queensryche e Sanctuary, influenze che, infine, si vanno a sommare al tanto vitupirato heavy metal di concezione moderna, Nevermore ed Iced Earth su tutti, costituendo un'ossatura solida e composita su cui vertono gran parte delle dieci composizioni ivi contenute, che danno vita ad un disco compatto, affilato e, naturalmente, al passo con i tempi.
Uno stile compositivo caratterizzato da atmsfere melodiche ed oscure, sembra condensarsi attorno ad ogni singola traccia che, nel complesso, sembra assumere la forma di un'intricata e travolgente sinfonia metallica che ben poco ha a che vedere con i manierismi sinfonici oggi tanto in voga, dando l'impressione di trovarsi al cospetto di una band che punta molto sulla complessità del proprio songwrating, più che sull'impatto sonoro fine a se stesso, ma che, comunque, riesce a dimostrare di essere in possesso di una certa levatura tecnica acquisita in anni ed anni di dura gavetta underground.
Oscuri e sinistri come pochi, gli A Lower Deep sono l'ennesima riconferma di come si possa evolvere uno stile personale senza snaturare lo spirito in nome dei tempi che cambiano, ma retando pur sempre fedeli a certe coordinate di matrice classica, e brani come la cavalcata metallica di "Gods and Monsters" power/thrash metal furioso e potente, che si avvale di inquietanti stacchi acustici, o dell'articolata, ma al contempo melodica, "Out of the darkness", techno/thrash metal sulla scia di Dyoxen e Faith or Fear, ne sono la più lampante testimonianza.
Un disco intenso e scervellotico da assaporare nota dopo nota ma a piccole dosi, nella speranza di aver portato a vostra conoscenza l'operato di una band dal futuro assocurato, non mi rimane che rimandarvi al sito dei nostri dove potrete trovare i contatti per richiedere questo dischetto veramente meritevole.
Harder Echo - Omonimo
Ma allora in California ci sono ancora musicisti interessati a suonare heavy metal nell’accezzione più classica della parola??? Ebbene si, anche se a dire la verità la città di provenienza di questo solido quintetto di classic metal Us style, ovvero San Diego, è una di quelle big city dove da sempre risiede lo zoccolo duro degli appassionati di certe sonorità diciamo così vintage. Hard Echo, questo il monicker scelto dai cinque musicisti per questa nuova creatura musicale, che si rendono artefici di una prova più che dignitosa, riuscendo a districarsi con disinvoltura in un solido heavy/power metal d’impostazione statunitense ottimo sia dal punto di vista dell’impostazione tecnico/musicale che dello spessore artistico anche eprchè, vedendo le foto accluse nel cd, si può facilmente evincere che abbiamo a che fare con dei musicisti ben rodati provenienti comunque tutti da esperienze musicali fra le più disparate, ma che trovano il proprio trait d’union nel metal anticonformista degli eighties che comunque strizza l’occhio ad aperture più melodiche ed hard rock oriented. Una band che non lascia niente al caso dunque, anche perchè su questo “Traded Secrets” tutto è stato curato alla perfezzione, dalla produzione veramente ad oc, alla resa sonra inequivocabilmente molto vintage, al look della band che li ritrae in pose molto old style. Ed il risultato finale vi starete chiedendo? Beh, per fortuna anche quello è all’altezza delle aspettative, un heavy metal classico sparato in faccia con la sicurezza e la sobrietà che solo le vecchie leve sanno d’avere, muovendosi con sicurezza su territori sonori molto affini a band del calibro di Judas Priest, Queensryche, Crimson Glory e Skid Row, quelli più cazzuti di “Slave to the grind” tanto per intenderci. Un disegno musicale variegato e multicolore dunque, dove ogni musicista nel suo piccolo si ritaglia la sua parte da protagonista, senza per questo intaccare il lavoro degli altri componenti della band. Ritmi frenetici, arpeggi tecnici, dissonanze e melodie accativanti si inseguono costantemente su queste dieci tracce determinando un wall of sound davvero ben compatto, in cui titoli come la terrificante “I am forever” che combina con intelligenza la violenza sonica del prete di giuda con la propensione metallica e progressiva dei Lethal di “Programmed”, o di “The perfect crime”, classica cavalcata metallica fra straripanti riffs di scuola Armored Saint e Artch, ben si amalgamano con le divagazioni più sabbatiane di “Saled/Traded secrets” pervase da quell’alone epico suggestivo tipico di ensamble come Manilla Road o dei Cirith Ungol più melodici e meno criptici, o di “Someday the blind” classico esempio di vetusto hard rock US style che convoglia partiture ultre tecniche e divagazioni melodiche in un’unico tessuto sonoro. “Speed of sound” richiama ancora una volta gli Armored Saint del periodo post “Symbol of Salvation”, così come “Siren’s song” risulta fortemente debitrice del technical power metal dei maestri Watchtower, grazie alle sue chitarre precise ed affilate come fendenti, “The underground” presenta divagazioni heavy rock mainstream sulla scia dei vari Racer X e Leatherwolf, mentre “Desert Sunset” arriva al cuore con i suoi ritmi malinconici, ponendo la parola fine a quest’ottimo lavoro di debutto che alterna sapientemente partiture più tecniche e velatamente progressive, a sprazzi melodici veramente degni di nota. Una band sulla quale sarebbe bene porre la giusta attenzione e che se saprà continuare su questi standard, potrebbe regalarci ben più di qualche forte emozione...
Da tenere d’occhio!!!
Ignitor - Take To The Sky
Arde fiera e sprezzante più che mai la fiamma dello Us metal, nonostante un periodo di transizione che oramai si protrae da qualche annetto, e, malgrado l’interesse dei media risulti essere sempre meno di zero, l’underground a stelle e strisce continua ancora in maniera imperterrita a sfornare ottime sorprese, a volte davvero interessanti ed inaspettate, come nel caso dei nostri amici Ignitor. Provenienti dalla poco nota, almeno a livello metal, città texana di Austin, scopro dalla breve bio che accompagna il cd, che gli Ignitor non sono altro che il prodotto delle passate esperienze dei cinque musicisti chiamati in causa per l’occasione, tutti comunque provenienti da trascorsi artistici ben lontani dalla proposta musicale offertoci dalla band su questo “Take to the sky”, avendo fatto parte di formazioni death metal, rock gotico, e addirittura chi, come nel caso del batterista Pat Doyle, è stato un membro della punk band The Offenders. Con un back ground di questa portata, non ci si aspetterebbe di certo che, nell’atto dell’ascolto dell’ep in questione, una valanga di metallo puro al 100% ci sommerga letteralmente, annientando qualsiasi pensiero di trend modernista, muovendosi invece all’interno di certi canoni e parametri ben prestabiliti, avvicinandosi in modo alquanto esplicito al classic metal degli eighties, fra richiami continui a Bitch, Riot, Hellion, Fifth Angel, e perché no, anche la prima Lee Aaron, quella del capolavoro “Metal Queen” naturalmente. Un sound molto tradizionale quindi, anche se la resa sonora e la produzione abbastanza potente e pulita di “Take to the sky”, pur con i dovuti paragoni del caso, non sfigurerebbe di certo al cospetto di release più blasonate, grazie ad un guitar work davvero niente male, l’esperienza ventennale del chitarrista Steve Laurence si fa sentire pesantemente, e alla presenza dietro al microfono della grintosissima cantante Erika Swinnich, vera punta di diamante del combo statunitense, una singer di razza in grado, non solo di rifarsi sfacciatamente a mostri sacri del calibro di Ann Bolen, Jutta Weinhold e la sempreterna Doro Petsch, ma anche di saper reggerne il confronto nelle parti più dilatate e profonde, roba davvero di non poco conto. I brani che, pur presentano un’ossatura ed un amalgama ben uniforme, sembrano davvero tutti di ottima fattura, ispirando buona fiducia e lasciando abbastanza soddisfatti già dal primo ascolto, come nel caso dalla fantastica opener “Demonslayer”, superba power track dominata da un' abilita tecnica e da un sinuoso lavoro chitarristico sempre in primo piano, o l’up tempo “Execution” che, oltre a sviscerare ancora una volta l’amore snaturato per certe tematiche guerrafondaie, ci mostra una band in pieno possesso di un bagaglio musicale considerevole grazie ai continui richiami a Racer X, Impellitteri, Leatherwolf e Crimson Glory. Un primo parto davvero niente male dunque, i sei brani qui presenti, scivolano via che è un piacere, ed il pensiero che, apportando naturalmente i giusti accorgimenti, una band di questa portata potrebbe fare la fortuna di qualche label specializzata anche qui da noi in Europa, io li vedrei bene alla Massacre, prende sempre più forma, anche perché il loro classic metal scevro da qualsivoglia influenza o contaminazione sinfonica, ascoltatevi per l’occasione la terrificante “The last king tiger”, farà di certo la felicità degli amanti più oltranzisti dello Us power metal. Da tenere d’occhio...
Image - Razor's Edge
Nonostante qualcuno abbia da obbiettare su quello che andrò a dire in questa recensione, gli americani Image sono stati a lungo considerati, forse anche a torto, come una delle tante cult metal band che hanno affollato il mercato discografico americano dei primi anni ottanta, riuscendo come al solito a raccogliere più delusioni che onori, arrivando a pubblicare un solo mini lp che più volte a raggiunto quotazioni stratosferiche sulle varie aste on line. Scioltisi agli inizi degli anni novanta, per il sopraggiungere di nuove svolte musicali e di mercato, gli Image si ricostituiscono come band proprio all'inizio del nuovo millennio, grazie soprattutto al volere del leader ed assoluto mastermind, il batterista Rock Wicker, riuscendo a recuperare, non solo lo smalto ed il tempo perso in tutti questi anni di assenza forzata, ma anche parte del vecchio repertorio di classici che la band presentava all'epoca della sua prima e storica formazione, brani che sono stati interamente riversati dapprima sul cd del ritorno "Drowning in the sea of light", ed ora su questo nuovo parto discografico a titolo "Razor's edge". Un album dunque che si presenta come un'ipotetico trait d'union fra passato e presente, infatti gran parte del materiale ivi presente è già stato pubblicato nell'ep di cui sopra, a cui inostri hanno saputo donare una nuova veste sonora, che va a formare un melange di vecchio e nuovo che potrebbe benissimo accontantare sia i nuovi che i vecchi discepoli della band in questione.
A restare naturalmente inalterato dopo tutto questo tempo, è lo stile musicale di cui gli stessi Image si fanno portabandiera, ovvero un classic metal totalmente immerso in sonorità Us style e che richiama da vicino le scorribande sonore dei vari Armored Saint, Malice, Lizzy Borden e Vicious Rumors, paragone questo maggiormente rafforzato dall'ugola sporca dello screamer David St.Clair molto vicino allo stile del compianto Carl Albert. Niente di innovativo dunque, il solito riciclo di schemi ed ambientazioni tanto care alle band appartenute alla vecchia scuola heavy statunitense, il tutto comunque filtrato attraverso un'ottica più moderna, e non modernista, ma pur sempre pronto a soddisfare i palati uditivi di chi da anni è alla costante ricerca di materiale dell'epoca d'oro. Produzione grezza, scarna, minimale, un disco totalmente privo di sovraincisioni, il tutto al solo scopo di aumentare se possibile l'impatto live della band, ecco come si presenta ad un attento ascolto questo nuovo dischetto, tanto che brani come l'heavy tout court di "Legacy", "It doesen't matter" o della spavalda "Razor's edge" sembrano fatte per essere ascoltate appuratamente sotto un palco. Il lungo trip sonoro su cui si erige la sabbatica "Outher limits" è quanto di più emozionante mi sia capitato d'ascoltare negli ultimi tempi, anche se sono i brani più metallici e d'impatto quelli a lasciare davvero il segno, come nel caso della power track "Phantasm" o della più melodica "Resurrection" molto vicina allo stile dei vecchi Keel.
Un buon dischetto, niente di assolutamente indispensabile, ma se vi capita fra le mani, dategli un'ascoltata ne vale la pena...